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La verità radice della conversione e della testimonianza
(1906-2006 centenario del battesimo di Raissa e Jacques Maritain)

 

 
ÍNDICE (SI LO HAY)  
RESUMEN (SI LO HAY)  
La ricerca sulla conversione di Raïssa (1883-1960) e Jacques Maritain (1982-1973) si sviluppa attraverso l’analisi dei loro scritti autobiografici[1] e la loro corrispondenza[2] con teologi e filosofi, con poeti e romanzieri, con artisti e musicisti, considerando la genesi e la motivazione della loro decisione e sulla loro coerente testimonianza cristiana in Europa ed in America.[3]

E’ bene partire dal profilo dei due protagonisti. Julien Green scrive di Raïssa ““era sapiente da fare paura, ma di una modestia di cui si rivestiva come un’armatura, e si finiva per scoprire una sorta di assenza più discorsiva del più erudito conversare. Il suo silenzio conosceva tutte le risposte. Per quanto riguarda l’aspetto fisico, era sufficiente un colpo d’occhio: Raissa non teneva per nulla ad alcuna pretesa di civetteria femminile. Il suo viso serio si illuminava di un sorriso indulgente, quando era necessario.[4] Jacques nel suo Jourbal[5] stende un profilo autobiografico “Chi sono io dunque? Un professore, non lo credo; ho insegnato per necessità. Uno scrittore? Forse. Un filosofo? Lo spero. Ma anche una specie di romantico della giustizia troppo pronto ad immaginarsi, ad ogni combattimento, che tra gli uomini sorgerà senz’altro il giorno della giustizia come della verità. Forse sono anche una specie di rabdomante con l’orecchio incollato alla terra, per captare il mormorio delle sorgenti nascoste, l’impercettibile fruscio delle germinazioni invisibili. E, forse, come qualsiasi cristiano, nonostante le paralizzanti miserie e debolezze e tutte le grazie tradite di cui prendo consapevolezza alla sera della vita, sono anche un mendicante del cielo, travestito da uomo del nostro secolo, una specie di agente segreto del Re dei Re nei territori  del Principe di questo mondo, un agente segreto che si assume i propri rischi a somiglianza del gatto di Kipling girovagante tutto solo”. ( XIII, 130) Il giudizio di Raïssa su Jacques “un prato di mughetti sotto cui scorre un fiume di petrolio” può aiutarci a comprendere come un filosofo “duro di testa ma dolce di cuore” possa relazionarsi con tutti, rispettando la libertà di coscienza di ciascuno, ma testimoniando sempre la verità.[6] Raïssa ha condiviso con Jacques tutte le battaglie culturali e politiche, è stata sempre in prima linea non solo con la preghiera e la sofferenza, ma con una diretta partecipazione intellettuale. Nella introduzione al Diario di Raïssa,[7] da lui pazientemente ricostruito dopo la sua morte Jacques scrive “A dominare tutto il resto c’era poi la sua preoccupazione per il mio lavoro di filosofo, e per la specie di perfezione che ne aspettava. A questo lavoro Raissa ha sacrificato tutto. Nonostante tutte le pene, morali e fisiche, e, in alcuni momenti, una quasi completa mancanza di forze, è riuscita, perché la collaborazione che le avevo sempre domandata, -- di rileggere sul manoscritto tutto quello che ho scritto e  pubblicato, sia in francese,  sia in inglese --, era per lei un dovere sacro,.” (. XV, 163) Ma bisogna aggiungere anche Vera Oumancoff, sorella di Raïssa, che ricevette con loro il battesimo e fu con loro tutta la vita tanto da formare insieme una piccola comunità, dedita allo studio e alla preghiera, come Jacques scrive a Thomas Merton dopo la morte della cognata: ”Grazie della vostra lettera e del ricordo di noi tre nella santa Messa. Vera, Raissa e io eravamo un indivisibile piccolo gregge. Noi non siamo separati da lei, ma una piccola parte di noi  di colpo è diventata invisibile, trasportata nella luce eterna; e non siamo completamente smantellati.       Noi siamo molto uniti nella preghiera. Se la solitudine ci ha scelto è perché Cristo ci ha preso come compagni” (18 febbraio 1960)[8]

            Bisogna poi considerare il fatto che si tratta di seguire nei dettagli gli sviluppi di questa conversione, nel suo triplice aspetto politico, dall’Action Française[9] alla democrazia sociale, filosofico, dal bergsonismo al tomismo, religioso dall’ateismo al cattolicesimo, e la testimonianza che Jacques e Raissa Maritain diedero nei diversi campi della ricerca filosofica e dell’azione sociale, non senza suscitare polemiche ed incomprensioni. Si tratterebbe di esplorare gli anni di Meudon (1922-1939), l’esilio in America (1940-1944), il soggiorno romano (1945-1948), gli anni di Princeton (1949-1959), il ritiro a Tolosa dopo la morte di Raissa (1961-1973).

 

2)  La genesi della conversione religiosa: Péguy, Bergson, Bloy

 

Raïssa  e Jacques erano diventati atei e anarchici, frequentavano le Università popolari, si erano sposati civilmente. E’ Raïssa stessa a narrare le vicende della conversione prima, in un testo di poche pagine nel 1909 Il racconto della mia conversione,[10] poi nei due volumi della sua autobiografia Le grandi amicizie, pubblicati a New York nel 1941 e nel 1944, ed infine negli rintracciati da Jacques dopo la sua morte, il Diario di Raissa.

            “Verso l’età di dodici anni, riflettendo sul male e sul dolore, mi domandai come un Dio onnipotente e buono potesse permetterne l’esistenza, e, abbandonata alle mie sole forze, ho risolto il problema cessando di credere. La vita mi apparve  allora assolutamente vuota e triste, ma persuasa che essa avesse un senso non cessai di cercarlo (. XV, 827) E proprio in questo bisogno di verità che germina in lei la conversione, prima filosofica, poi religiosa, tanto che aggiunge “Questo desiderio era in se stesso una gioia e una forza; questa verità sconosciuta io la credevo la sola cosa  degna di essere unicamente amata, unicamente ricercata, come verità, come fondamento del bene,  come sorgente di felicità perfetta. Io ero atea; piuttosto ero giovane, credevo a ciò che si diceva intorno a me, che l’ignoranza, il fanatismo stessero dalla parte della religione, che la ragione stesse dalla parte della scienza“ ( XV, 827) Raissa che aveva ottenuto un anno prima  il diploma di insegnante elementare nel 1898, si era iscritta ai corsi di scienze della Sorbona, e  frequentava gruppi di giovani anarchici russi, emigrati a Parigi infervorati da spirito rivoluzionario, esclama “Diciassette anni! Soltanto diciassette anni e già le più profonde esigenze dello spirito alzano la loro voce‘( XIV, 659)

                   Molti anni più tardi Jacques troverà questo appunto tra le carte di Raissa “Dio, per noi è prima di tutto la Verità e poi l’Amore; perché se non fosse prima di tutto la Verità sarebbe un amore qualsiasi. Ma è soltanto quell’amore  che forma una cosa sola con la verità sovrana ed è eternamente vivente” . ( XV, 297) Troverà anche un breve scritto, L’amore e la legge nel quale Raissa, constatato che la sofferenza è una conseguenza della colpa e che Cristo è morto in croce per i nostri peccati, osserva “Questa legge della trasmutazione delle nature, che comprende in se tutte le leggi morali e divine,  è qualche cosa di necessario, di fisico, di ontologico, se si vuole. Dio stesso non può abolirla, come non può produrre l’assurdo” ( XV, 494). La legge è giusta. La legge è necessaria. Ma la legge non è Dio. Dio è Amore. “Il volto della legge e del suo rigore, il volto del dolore e della morte, non è il volto di Dio.  Dio è Amore”. Quando l’uomo patisce questa legge, Dio, che non può rimuoverla, è vicino a lui, patisce con lui: “Dio è con questa natura che Egli ha fatto e che soffre. Se potesse trasformare questa natura nella Sua abolendo la legge della sofferenza e della morte, Egli l’abolirebbe, perché Egli non si compiace dello spettacolo della sofferenza e della morte. Ma Egli non può abolire nessuna legge inscritta nell’essere”. ( XV, 494)    Queste considerazioni, filosofiche e teologiche, elaborate dopo lunghi anni di riflessioni e di preghiere  sono la risposta agli interrogativi che Raissa si poneva nella sua giovinezza inquieta, ma torniamo ad analizzare la genesi della conversione dei due giovani. Raïssa racconta il suo incontro con Jacques. "Un giorno uscivo melanconica, e vidi venire verso di me un  giovanotto dal viso buono con abbondanti capelli biondi e la barba leggera, con l'andatura un poco curva. Si presentò, mi disse che stava formando un comitato di studenti per suscitare un movimento di protesta fra gli scrittori e gli universitari francesi contro il cattivo trattamento di cui gli studenti socialisti russi erano vittime nei loro paesi". ( XIV, 661) Raissa aderisce al comitato, va in giro a raccogliere firme. "Per la prima volta potevo veramente parlare di me, uscire dalle miei riflessioni silenziose per comunicarle, per dire i miei tormenti. Per la prima volta incontravo qualcuno che mi ispirava di colpo una confidenza assoluta, qualcuno che, lo sapevo già allora, non mi avrebbe mai delusa, qualcuno con cui su tutte le cose, potevo intendermi. Un altro Qualcuno aveva prestabilito fra noi, malgrado grandi differenze di temperamento e di origine, una sovrana armonia".(OC. XIV, 663) L’incontro di Jacques e Raissa non nasce solo dal sentimento sbocciato nel cuore di due giovani, ma è subito un programma di vita: “Non esisteva niente all’infuori di ciò che dovevamo dirci: bisognava ripensare insieme l’universo intero, il senso della vita, la sorte degli uomini, la giustizia e l’ingiustizia della società. Bisognava leggere i poeti ed i romanzieri contemporanei, frequentare i concerti e visitare i musei....il tempo passava in fretta, non potevamo sprecarlo nelle banalità della vita” (OC. 662)

                   Ma questo giovane affascinante trascina la sua fidanzata nelle riunioni delle Università popolari, la convince a tradurre dal russo racconti da pubblicare nel periodico socialista per ragazzi Jean-Pierre, la coinvolge nei suoi progetti rivoluzionari.[11]            Jacques, pur cresciuto in una famiglia borghese,  era stato attratto fin da piccolo           dal socialismo, tanto che negli appunti biografici   si può leggere “Baton era uno sterratore, che presso di me godeva di tutto il prestigio dei lavoratori manuali, proletario cosciente ed organizzato; ed è conversando con lui, nella cucina, dove veniva con il suo giornale La Petite République e dove mi rifugiavo per sfuggire gli amici di mia madre, che verso i 13 o 14 anni sono diventato socialista” ( XII, 135) La formazione politica, ma anche intellettuale, di Jacques è stata fortemente condizionata da Baton e da sua moglie Angela come risulta anche da alcune lettere           .   In una lettera  del 1898 a Francesco Baton        si legge  Io sarò  e vivrò per la rivoluzione.......Ci sono dei momenti in cui mi chiedo se io ho il diritto di essere socialista e di gioire, di conseguenza, per la felice speranza socialista, io che godo nel medesimo tempo dei privilegi borghesi, mentre la gioia socialista e la speranza rivoluzionaria dovrebbero essere riservate ai soli lavoratori oppressi, a coloro che soffrono, a coloro che costituiscono la vera umanità.... Sono ben deciso a consacrare quel che sarò capace di pensare e di sapere al proletariato e all'umanità: impiegherò tutte intere le mie forze a preparare la rivoluzione, contribuendo, sia pure in minima parte, alla felicità e all'educazione dell'umanità           ( XII, 137). Jacques in una lunga lettera del settembre 1899 alla cuoca Angela Baton manifesta i suoi sentimenti antiborghesi e anticlericali con giovanile baldanza: “O borghesia immonda, devota, in regola con Dio, con le sue formule ipocrite, che ha perduto la stessa grandezza della fede religiosa e dell’entusiasmo cristiano. Si può essere religiosi senza credere in  Dio. Io dico, io affermo, io proclamo che non c’é religione più profonda, più sincera, più emozionante dell’ateismo. Dobbiamo distinguere tra credenza in una religione e comprensione religiosa dell’universo, voglio dire il rispetto davanti al mistero delle cose e della vita, l’emozione mistica di ascoltare il canto degli esseri e della natura....Io ritengo che tutti, o quasi tutti, gli adepti di una religione, di un culto qualunque, non possano avere, non hanno questo senso religioso[12]                      C’é un periodo, dal 1896 al 1905, in cui Jacques non solo è animato da questi sentimenti “per la Giustizia, la Verità, la Rivoluzione” (lettera A. Baron del 28 agosto 1899)  ma partecipa attivamente alle attività culturali e politiche dei socialisti, tiene conferenze alla “Société d’Aide mutuelle” e nelle “Università popolari”, aderisce alla “Unione démocratique pour l’Éducation sociale”.   Bisognerebbe esplorare le lettere, quasi duecento, che Jacques ha scambiato con Ernest Psichari  suo compagno di scuola al Liceo Henri IV e delle lotte a favore di  Dreyfus. In una conferenza tenuta a New York nel 1941 per ricordare Psichari Maritain ebbe a dire “facevamo insieme campagna per la causa del capitano ebreo ingiustamente condannato percorrendo il boulevard saint Michel con cortei di studenti, gridando forte, chiamando gli agenti di polizia assassini arruolati, andando per i corridoi della Sorbona a fare baccano per impedire ai professori antidreyfusardi di fare lezione”[13]                                         Secondo Lucien Mercier, che ha studiato la corrispondenza tra  Maritain e Psichari[14], tre sono le connotazioni del comportamento di Jacques, la critica alla borghesia, un laicismo virulento; e un femminismo di avanguardia. Bastano alcun frammenti di queste lettere per constatare la violenza verbale del giovane: a proposito della rivoluzione socialista “rimango persuaso che essa sarà impossibile senza ghigliottinare un buon numero di borghesi”; a proposito della religione “Il cristianesimo è la più grande calamità che sia colata sul mondo”, “ho come te un sorta di religione del progresso umano”; Solo sul femminismo i due giovani si dividevano, perché Psichari riteneva la donna inferiore all’uomo. In una lettera gli scrive “E’ impossibile essere socialisti con questa concezione ignobile della donna, perché il socialismo da un punto di vista razionale è giustificato da questo fatto, che è uno sforzo verso una umanità cosciente ed ugualitaria, nella quale non ci saranno ne uomini macchine, ne uomini schiavi, ne donne oggetto, ma solo delle persone, soltanto delle persone....Non comprendo perché non provi qualche vergogna a pensare come gli idioti nazionalisti, i pittori di Montmartre, gli studenti vitaioli, la maggioranza dei giovani borghesi e i Padri della Chiesa”

            In Maritain socialista libertario non c’era presunzione, c’era una sorta di ingenuità, che a cominciare dal 1902 incomincia ad accompagnarsi  con una certa inquietudine, ma c’era anche consapevolezza che la liberazione  dei proletari non avrebbe potuto realizzarsi attraverso la benevolenza e la carità della borghesia, tanto che ad un certo momento prende anche le distanze dalle Università popolari, dove il buonismo borghese continuava a regnare, e passa a fare il segretario della Tribune russe, un bimensile del “Movimento socialista rivoluzionario” diretto da Roubanovitch, che aveva incontrato nei laboratori della Facoltà di scienze. In questo periodico nel 1905 pubblica un articolo su Tolstoi  ( XV 674-681) che stima molto e sui cui scritti va facendo delle conversazioni ai malati negli ospedali di Parigi per dare loro un momento di ricreazione e di sollievo.                                            Jacques non ha recuperato molto dagli insieme degli appunti che aveva steso in quel periodo per il suo Journal, ma alcuni pensieri riportati ci aiutano a comprendere che oramai in lui l’attività politica non poteva più essere la ragione della sua vita. Trascrivo  qualche testi significati degli anni 1901-1902. “Da un certo punto di vista, la vita mi sembra un perpetuo e sconcertante salto nel caso.” ( XII, 141) “E poi il vuoto e l’ignoranza sempre. La verità oggettiva sfugge, come la bellezza oggettiva. Il dubbio, il dubbio autentico dello stesso dubitare. La ragione gira su se stessa: macinino da caffè che macina a vuoto” ( XII, 144)                              E’ con questo stato d’animo che Jacques incontra Raissa, e incomincia una avventura spirituale che li porta dall’anarchia alla contemplazione del mistero di Dio, ma sempre supportati dal bisogno della verità e dalla speranza nella verità, che i professori della Sorbona con il loro scetticismo non potevano soddisfare e garantire. Il momento di svolta si presenta durante una passeggiata all’Orto botanico, quando           i due giovani, pervasi da “un’ angoscia metafisica, che penetrando alle sorgenti stesse del desiderio di vivere, è capace di divenire una disperazione totale e di sfociare nel suicidio" ( XIV, 690), dopo avere a lungo riflettuto sul mistero del vivere e  del soffrire, decidono di fare ancora credito alla vita nella speranza di potere approdare alla verità: "se quella esperienza non fosse riuscita, la soluzione sarebbe stata il suicidio; il suicidio prima che gli anni avessero accumulato la loro polvere, prima che le nostre giovani forze si fossero consumate. Volevamo morire con un libero rifiuto, se non era possibile vivere secondo la verità"   ( XIV, 693) Raissa è più lucida e più determinata, Jacques trova una sorta si compensazione nell’impegno politico, tanto che scrive “Non volevo più saperne di una tale commedia: avrei accettato una vita dolorosa, non una vita assurda. Jacques aveva          pensato più a lungo che valeva ancora la pena      di lottare per i poveri; contro la schiavitù del proletariato, e la sua generosità l’aveva reso più forte. Ma ora si trovava disperato come me” ( XIV, 692)                                                                                  Jacques e la  sorella con Psichari frequentano le riunioni alla boutique dei Cahiers de la Quinzaine di Charles Péguy, situata in via della Sorbona, proprio davanti alla Università, di cui lo scrittore critica la pedanteria. Jacques collabora alla redazione della rivista. In questo ambiente dove si respira un socialismo eroico Raissa incomincia a prendere le distanze dai professori della Sorbona: "Ascoltandolo io imparavo i segreti di quella Montagna, che da lontano mi era sembrata un massiccio di scienza e di saggezza, e che da vicino rivelava le sue crepe e i suoi precipizi" ( XIV, 674). Pèguy, di origine contadina, sempre alle prese con difficoltà economiche per mantenere la sua indipendenza di scrittore e di editore, aveva un animo profondamente cristiano, che manifestava nelle sue opere letterarie, ma non era praticante e diffidava degli uomini di Chiesa. Anche questo gruppo di amici, esuberanti di entusiasmo per la rivoluzione socialista, era ancora disorientato sul piano intellettuale “Péguy non poteva andare d’accordo con i pensatori sistematici, forse in quel momento non lo sapeva, non sapeva ancora di quale spirito era, da dove veniva, dove andava. L’ignoravamo tutti allora.Ma quello spirito lo riempiva  del desiderio di verità” ( XIV, 676).   Vecchio rivoluzionario proudhoniano, ammiratore di santa Giovanna d’Arco, per la quale aveva scritto un poema (1910) Péguy era un convinto democratico e aveva capito che il cristianesimo non può non avere un impatto sulla storia e Jacques fece tesoro di questa lezione, tanto che più volte nei suoi scritti cita alcuni pensieri come “La rivoluzione sociale sarà morale o non sara” ( X, 668); “La politica ha bisogno di raccordarsi con una mistica” (IV, 228); “Quando l’angoscia appare è la cristianità che ritorna”  VI, 473), che Maritain commenta in Umanesimo integrale [15]sottolineando come il Rinascimento e l’età Barocca sono state civiltà decorativamente cristiane. I Maritain comprendono da Péguy il valore morale di una fede civica, cioè di una fede nei diritti naturali dell’uomo, nel valore delle leggi civili liberamente pattuite, fino a parlare di un “credo civile di libertà” e di “fede democratica secolare“[16] come fondamento etico della democrazia. Non si tratta di una ideologia, ma dalla elaborazione di alcuni principi pratici per la convivenza pacifica tra le persone e tra i popoli  Questa riflessione che è alla base del discorso all’Unesco  nel 1947,[17] e che viene elaborata nel 1951 in L’uomo e lo Stato [18] era maturata nelle riunioni con Péguy

            Ma tornando agli anni della giovinezza, Péguy salva i due giovani dalla disperazione portandoli ad ascoltare i corsi di  H. Bergson Ricorda Raissa "Egli insegnava  al “College de France” vicino alla “Sorbona”; non vi era che da attraversare la strada, ma ciò non era così facile come si sarebbe potuto credere, perché vi era tra le due istituzioni una montagna di pregiudizi e di diffidenza, soprattutto da parte dei filosofi della “Sorbona” verso la filosofia di Bergso(. XIV 695)  A quel tempo i Maritain avevano già fatto un bilancio della situazione dei loro studi universitari: "il  positivismo pseudo-scientifico, lo scetticismo, il relativismo facevano violenza all'idea della verità invincibile di cui parla Pascal e non potevamo resistere se non con la sofferenza a questa demoralizzazione dello spirito" ( XIV 695-696) I Maritain non sapevano cosa andavano a cercare.: "Questa filosofia della verità, questa  verità, ardentemente cercata, così invincibilmente creduta, era ancora per noi una specie di Dio sconosciuto; le riservavamo un altare nel nostro cuore, le riconoscevamo ogni diritto su di noi, sulla nostra vita. Ma non sapevamo ciò che essa sarebbe stata, per quale via, con quali mezzi poteva essere raggiunta" ( XIV 697-698) Fu alle lezioni di Bergson, che i due giovani ebbero la risposta alla loro inquietudine intellettuale, perché  appresero che era possibile per mezzo della intuizione conoscere l’Assoluto, avere delle certezze sul senso della vita.

            Il Bergson che i due giovani conoscono è il primo Bergson, quello che nel 1907 scrive L’evoluzione creatrice. Quando giunsero alla conversione i Maritain si accorsero della incompatibilità della filosofia bergsoniana con le convinzioni della fede cristiana, e a maggiore ragione quando incominciarono a leggere san Tommaso. Jacques mette a confronto il bergsonismo con il tomismo nel  suo primo libro La philosophie bergsonienne,[19] che in realtà è un lavoro in comune? Infatti nel Journal annota “Avrei dovuto affiancare il suo nome al mio, mancai davvero di ogni delicatezza nel non farlo. E Raissa mi avrebbe inoltre distolto certamente da molte di quelle violenze di linguaggio che ebbi poi a rimpiangere “ (20 aprile 1910). Ma i Maritain sono comunque convinti, che sotto un bergsonismo di fatto, incompatibile con la filosofia di san Tommaso, ci sia un bergsonismo d’intenzione, che salva la spiritualità dell’anima e la trascendenza di Dio. Scrive Raissa: “Bergson ha definito una dottrina psicologica della libertà, piuttosto che una dottrina metafisica, questa non può derivare che da una metafisica dell’intelletto e della volontà, e Bergson non ha cercato nei suoi lavori una tale metafisica. La sua intuizione primordiale lo impegnava per altre strade. Ma  sul piano psicologico la dottrina bergsoniana della libertà non è  incompatibile con le conclusioni metafisiche di Aristotele e di san Tommaso”. (OC. XIV 704) Jacques da parte sua, parlando di questi due bergsonismi , precisa che Bergson è lontano dal fare professione di ateismo, ma la sua filosofia per sbocciare in una teodicea consistente, dovrebbe rinnovarsi completamente. Bergson  è finito nell’antintellettualismo per  combattere l’orgoglio della intelligenza che pretende di conformare la realtà a se stessa, anziché adattarsi ad essa.   

            C’è un secondo Bergson, quello che nel 1932 pubblica Le due sorgenti della morale e della religione, rivalutando l’esperienza mistica nell’approccio all’Assoluto. Raissa ricorda di essere andata a trovare il vecchio maestro che le disse: "Sapete quando vostro marito opponeva alla mia filosofia di fatto la mia filosofia d'intenzione, come contenente alcune possibilità non sviluppate aveva ragione. Poi abbiamo camminato l'uno verso l'altro e ci siamo incontrati a mezza strada" . (OC. XIV 1016).[20] Bergson morì in miseria nel 1941 e Raissa ricorda i suoi ultimi giorni “Era malato da molto tempo e gli avvenimenti di quest’ultimo terribile anno hanno finito per staccarlo dalla vita. Uno dei suoi ultimi atti è stato quello di rifiutare il favore con il quale il Governo di Vichy avrebbe voluto esentarlo dagli obblighi degradanti ai quali, sotto la pressione dei nazisti, erano sottoposti gli ebrei francesi. Egli non accettò questa eccezione, più umiliante della triste legge comune, e abbandonò la sua cattedra al College de France”. (OC. XIV,  1138) Bergson non si fece battezzare per non separarsi dai suoi fratelli perseguitati, di cui condivideva la sorte, ma lasciò scritto nel suo testamento che desiderava che un sacerdote cattolico avesse benedetto, la sua salma.

            Non fu un filosofo ma un romanziere, con la sua radicale testimonianza cristiana, a portare i due sposi alla fede cattolica: “in quel periodo, era la primavera del 1905, ci vennero tra le mani i libri di Léon Bloy. Li leggemmo con avidità. Eravamo messi di colpo in presenza della dottrina cattolica integrale, illustrata, per così dire dallo spettacolo ammirevole di una vita molto travagliata, rifiutata, disprezzata e calunniata da tutti, ma fermamente radicata nella carità divina e amorevolmente abbandonata alla Provvidenza. Léon Bloy, attraverso le sue conversazioni, e le letture  che ci consigliava, ci fece conoscere la dottrina della Chiesa”. Raissa rimane colpita da questa dottrina, perché “una tale perfezione non può esistere fuori della verità “ e non si scandalizza del principio della infallibilità della Chiesa e della necessità della obbedienza: : “Al contrario il fatto che la Chiesa affermi la sua infallibilità e la sua giusta autorità e il suo diritto alla mia obbedienza, era per me una delle prove della sua divina istituzione. Voglio dire che non avrei potuto crederla Sposa di Gesù Cristo se non avessi trovato in essa una confidenza perfetta nelle parole del suo Sposo e se l’avessi trovata così debole da permettermi di agire a modo mio con in comandamenti di Dio e i suoi precetti”. (OC  )                                    Negli otto volumi del Journal (1892-1917)[21]  Bloy riporta annotazioni e molte lettere scambiate con i due giovani, attraverso le quali si può seguire il maturarsi della conversione; Un primo accenno si ha in data 25 luglio 1905 “Che avvenimento soprannaturale, che benedizione per noi, questi due amici inviatici il 20 giugno, e che adesso vediamo confondersi amorosamente nella nostra caverna. Il giovanotto è uno di quegli idealisti che ignorano Dio, ma che si lasciano trascinare per i capelli o per i piedi sulla scala della luce. La giovane è un’ebrea russa di proporzioni minute. Mi fa pensare ad un mughetto di bosco che un raggio di sole troppo forte fa piegare sul suo stelo. In questo essere affascinante e così fragile c’è un’anima capace di fare genuflettere le querce. Fin dai primi giorni la sua intelligenza mi ha lasciato di stucco”.  Bloy conclude “Cara piccola Samaritana, che avete avuto compassione di questo viaggiatore trafitto dai colpi, che possiate essere guarita da quell’altro Viaggiatore, che i vostri antenati hanno crocifisso”.

            Una lettera evidenzia come la letteratura sia per lui         una sorta di confessione e miri alla conversione delle anime: “Signori, o signore e signorina --perché questo nome Raïssa mi stupisce e mi sconcerta-- sappiate che sono molto commosso della vostra lettera così semplice ed affettuosa. Non mi costa nulla confessare che i venticinque franchi sono stati benvenuti. Stamattina sono stato costretto a chiedere in prestito una piccola somma al mio parrucchiere per il pranzo di mia moglie e dei miei figli. Non vi è tracotanza nel fatto di sperare in un’amicizia. Se siete anime viventi, come suppongo, quel vecchio uomo dolorante che sono io vi ama già e sarà contento di vedervi. Nella lista dei miei libri che dite di avere letto non vedo il “Mendiant ingrat “ e il “Mon journal.” Ho il piacere di poterveli offrire e la posta ve li porterà senza dubbio domani mattina. Vi accorgerete che questi due libri formano con “Quatre ans de captivit锓 una trilogia. E’ il racconto ininterrotto di dodici anni della mia spaventosa vita. Leggete dunque e ditemi le vostre impressioni. Non ho quasi altro salario che questo: il suffragio di alcune persone amate da Dio che vengono a me. Compirò cinquantanove anni fra un mese e cerco ancora il mio pane, è vero, ma ho ugualmente soccorso, consolato delle anime, e ciò mi procura un paradiso nel cuore” (21 giugno 1905)

            Una parte della lettera che riguarda l’inquietudine religiosa di R., non molto diversa da quella di un’altra ebrea alle soglie della conversione, Simon Weil, che, qualche anno più tardi in America,  confiderà le sue incertezze a Jacques[22] “Ora voglio tentare di rispondere alla parte più grave della vostra lettera, dove dite “Io non sono cristiana, Non so che cosa cercare e mi lamento”. Perché continuate a cercare, amica mia, poiché avete già trovato? Come potreste amare ciò che scrivo, se non pensaste,  se non sentiste come me? Voi non solo siete cristiana, Raïssa, siete cristiana ardente, figlia amatissima del Padre, una sposa di Gesù Cristo ai piedi della Croce, una serva amorosa della Madre di Dio nella sua anticamera  di Regina dei mondi. Soltanto voi non sapete, o piuttosto non lo sapevate,  ed è per impararlo che voi ci siete stata mandata.... “. (25 agosto 1905)  Bloy scrive a Jacques qualche giorno dopo:  “Voi dite di cercare. O professore di filosofia, o cartesiano, che credete, assieme a Malebranche, che la verità si cerchi! Credete che lo spirito umano possa qualcosa. Credete che, con un certo grado di applicazione una persona con gli occhi neri possa trasformarli in occhi verdi con pagliuzze durate. Alla fine capirete che si trova soltanto il giorno in cui si rinuncia umilmente a cercare quello che si aveva sottomano, senza saperlo. Per conto mio dichiaro che non mai cercato o trovato alcunché, a meno che non si voglia chiamare ritrovamento il fatto di urtare in una soglia e di trovarsi all’improvviso, scaraventato bocconi nella Casa luminosa. Il vostro entusiasmo per “La salvezza viene dagli ebrei” è un miracolo preliminare. Ne seguiranno degli altri  (29 agosto 1905)  Poco dopo Bloy scrive “Il miracolo si è compiuto, Jacques e Raïssa chiedono di ricevere il battesimo! Grande festa nei nostri cuori. Ancora una volta i miei libri, occasione di questo miracolo, sono approvati non da un vescovo o da un dottore, ma dallo Spirito Santo”. (5 aprile 1906) La sera del battesimo lo scrittore annota “San Barnaba, ore l1 del mattino. Abiura di Jacques, suo battesimo, quello della sua giovane donna e benedizione nuziale. Battesimo anche di Vera, sorella di Raissa. Eccomi padrino di queste tre anime amate da Dio, conquistate dai miei libri, che mi sono state inviate l’anno scorso da san Barnaba, mio protettore. La loro buona volontà, il loro amoroso candore sono inesprimibili. Jeanne e Veronica sono state le madrine. Tutto questo nella chiesa parrocchiale dedicata a san Giovanni Evangelista a quell’ora completamente deserta. E’ una di quelle giornate che durano la vita eterna”[23] Da questa testimonianza risulta che Jacques ha fatto abiura dal protestantesimo, e che i due giovani, dopo il battesimo, hanno celebrato il matrimonio religioso. La moglie di Bloy è stata madrina per i Maritain e la figlia, Véronique, madrina per Vera Oumançoff.  Raissa  conclude il Racconto della mia conversione con queste parole : “Noi ricevemmo dunque nella festa di san Barnaba il battesimo, la fede, la gioia, la pace. Così il sacramento è stato per noi un  rimedio efficace, ci ha donato la fede e un insegnamento sicuro, poichè la sua efficacia è una prova perfetta della verità della Chiesa. E da allora, o mio Dio, apro la bocca e respiro, perché sono avida dei Vostri comandamenti. Voi siete la Verità e la Saggezza. La ragione e il cuore si rallegrano in Voi. La felicità consiste nel vivere obbedendovi e nel morire amandovi. Io lo so, io lo credo” (OC. XV, 837)                                                                                                                                                          I Maritain erano così approdati alla verità, non attraverso una dialettica filosofica, ma grazie alla testimonianza di un uomo di fede. Non per nulla Jacques, ancora nel 1925 pronunciando il discorso per la inaugurazione del monumento di Bloy traccia questo profilo del suo padrino “Egli non discute, afferma. Non in suo nome, ma in nome della Verità prima di cui ci parla la Chiesa. Scrittore di genio, devoto alla bellezza come ad uno dei nomi di Colui che É, geloso della purezza e della integrità della sua arte, che non ha mai piegato, fa di quest’arte stessa, in una perpetua magnificenza, in un interminabile splendore, un ostensorio della Verità” (OC. III, 1009)

            In questo processo di conversione dall’anarchia al cattolicesimo la guida fu Raissa, che già prima dell’incontro con Bloy aveva come presentito la presenza di Dio propreio nella bellzza della natura e dell’arte. A leggere attentamente il primo volume de I grandi amici si scoprono due testimonianze importanti di questo andare sulle tracce di Dio. Una prima volta i due giovani sono affascinati dalla bellezza di una  cattedrale: “Al ritorno dalla campagna ci fermammo tre giorni a Chartres, per visitare la cattedrale. Avemmo la fortuna, fin dal primo giorno, quando eravamo piantati con il naso in aria davanti al portale reale, di interessare un uomo un poco più anziano di noi, un archeologo che studiava archtettura medioevale e che, cosaciente sebza dubbio della nostra ignoranza, si offrì ad aiutarci a leggere quel gran libro della cristianità” (XIV, 749) Raissa, sulla base della sua educazione ebraica, commenta “In realtà noi l’abbiamo compitata come una Bibbia”, ed aggiung “Noi eravamo inclini a credere che l’unità e l’armonia di tante bellezze così elevate non potesse avere per fondamento che la presenza della verità” (XIV, 751) A questo fatto bisogna aggiungere che poco dopo, durante un viaggio in treno, Raissa regista queste emozioni “guardando dal finestrino del vagone fuggire la foresta ebbi per la seconda volta il sentimento della presenza di Dio. La prima volta questo sentimento violento e fuggitivo, lo avevo provato leggendo Plotino. Guardavo e non pensavo a niente di preciso. Improvvisamente si produsse in me un cambiamento profond, come se la percezione dei sensi fosse passata ad una percezione tutta interiore. Gli alberi che fuggivano erano diventati improvvsisamente più grandi di loro stessi, presero una dimensione prodigiosa in profondità. Tutta la foresta sembrò parlare, e parlare di un Altro, divenne una foresta e di simboli e parve non avere altra fujzione che di designare il Creatore” (XIV, 751) Poi venne il catechismo dai Bloy, ma la resistenza alla Chiesa persisteva, per le sue compromissioni con il mondo, per il suo spirito borghese,poi un giorno Jacques esclamò “Se è piacuto a Dio nascondere la verità sotto questo mucchio di letame, ebbene, noi andremo a cercarla là. Non c’è altro cammino, altra realtà, altra via possibile”[24]

            Infine bisogna poi considerare che la conversione dei Maritain ebbe anche una connotazione mariana.[25] Bloy li aveva iniziati alla venerazione di Notre Dame de la Salette, convinto  della realtà dell’apparizione di Maria nel 1846 a due pastorelli sulla montagna a la Salette. I Maritain nel 1907, durante il viaggio a Grenoble  per ricevere la Cresima, salgono a la Salette in pellegrinaggio, si fermano per dieci giorni, e riferiscono a Bloy quanto hanno potuto conoscere sul posto. Bloy scrive il libro Colei che piange, nel suo stile polemico e apocalittico, Jacques con molta più razionalità raccoglie documenti e testimonianze. Raissa ne Le grandi amicizie  parla a lungo dell’apparizione, anche per il problema che  pone, cioè la sofferenza dei beati in Paradiso, e scrive “L'apparizione della Vergine a la Salette è uno degli avvenimenti religiosi più importanti accaduti nei secoli. Lourdes stesso, che è più conosciuto, è meno straordinario, malgrado tutte le guarigioni miracolose" (OC. XVI, 789). Nel 1911 collocano nel loro casa a Versailles la statua della  Madonna di la Salette, una statua in terracotta scoperta da padre Clérissac da un antiquario. Bloy scrive un nuovo libro La vita di Melania, la pastorella di la Salette scritta da stessa, (1912) Ma un decreto del Sant’Ufficio nel 1916 proibisce di parlare del segreto di la Salette[26]. I Maritain convinti della veracità della testimonianze nel 1918 si recano a Roma  con un manoscritto di circa 700 pagine per un’ udienza da Benedetto XV allo scopo di ottenere l’autorizzazione a pubblicare il libro, ma il Papa li manda dal card. Louis Billot, a cui lasciano il manoscritto. A Roma si diffida delle espressioni iperboliche di Bloy e Jacques scrive, in una lunga lettera di 17 pagine al card. Billot       La causa di N.D. de la Salette non ha assolutamente  niente a che vedere con L. B. Tra le due questioni c’è la distanza che separa il cielo e la terra“ (28 giugno 1918). Comunque il permesso alla pubblicazione del volume viene negato. Nel 1946, in occasione del centenario della apparizione, Maritain, allora a Roma come ambasciatore, parla più volte del problema con Montini e la Segreteria di Stato chiede copia del manoscritto che viene trasmesso con queste parole “sulla sostanza delle cose i miei sentimenti e le mie conclusioni non sono cambiati “(24 marzo 1947) In una successiva lettera auspica che la Chiesa consacri la Russia al Cuore Immacolato di Maria, esamini nella sua integrità il messaggio di la Salette  (12 aprile 1948)  Jacques nel 1965 in Ricordi e appunti,[27] scrive, ricordando quel lontano viaggio a Roma, "La mia idea era che  per essere utile alla missione della Santa Vergine, avrei dovuto riprendere il problema della Salette nel suo insieme, nel modo più obbiettivo possibile ed avendo come unico interesse la ricerca  e la diffusione della verità" (OC. XII, 232) e quando ne La Chiesa del Cristo [28] vuole rappresentare la persona della Chiesa chiede a Jean Hugo di disegnare una figura di Maria, con le lacrime agli occhi,  sovrapposta al volto di Cristo (OC. XII, 70) Maria per i Maritain non è solo Colei che piange è anche la Madre della Speranza: “Essa si interessa al nostro povero lavoro di filosofi. Nei nostri sforzi essa guarda e ama anche la minima scintilla di verità. Essa odia la menzogna e la sofistica” ( X, 1079

            Questa conversione non fu gradita alle famiglie dei due sposi La madre di Jacques, Favre Geneviéve, figlia  del deputato Jules Favre, amica di Péguy, fervente repubblicana,  non accettò mai questa conversione. Cosi il figlio  traccia il profilo di sua madre "un indomabile spirito di libertà, una speranza appassionata nell'avvenire spirituale dell'umanità, un arditezza nello sfidare le opinioni del mondo ed una fermezza di scoglio che non si sono mai, smentite negli anni" (XIV 669-70). Il padre avvocato, segretario di Jules Favre, che aveva un carattere debole e poco influì sulla formazione del figlio, era morto poco prima del loro matrimonio. Jeanne la sorella di Jacques fu più comprensiva, a poco a poco ritornò alla fede cattolica, nella quale battezzò la figlia Éveline di tre anni, ultima discendente della famiglia.[29] Gli Oumançoff, pur non essendo praticanti, ritennero il battesimo delle figlie un’offesa al popolo ebreo. Raissa ricorda ”Soltanto quando poterono rendersi conto della profondità dei nostri motivi religiosi si addolcirono un poco.....ma bisognò che passassero tre anni prima che comparissero dei deboli sentimenti del loro cambiamento.“ (XVI, 899-900) Ma la discrezione e l’amorevolezza delle figlie, la coerente testimonianza del genero, portò anche loro alla conversione. Il padre Ilia Oumançoff nel 1912  nel corso di una malattia, poco prima di morire. Queste parole di Raissa documentano l’atteggiamento dei due giovani “Pregavamo tutti i santi del Paradiso, san Barnaba e soprattutto Nostra Signora della Salette. Che nostro padre guarisse, che Dio gli desse il tempo di comprendere....era troppo terribile rischiare di turbarlo mentre era tanto malato” (XIV, 982) La madre resistette fino al 1925, dopo la morte del marito viveva a casa dei Maritain, incontrava i loro amici, sacerdoti e laici, era attenta alle loro discussioni, seguiva in disparte le Messe che venivano celebrate nella cappella domestica. Osserva Raissa “Non faceva il segno della Croce  non si inginocchiava, restava in piedi piena di rispetto e pregava nel suo cuore, senza mai separarsi da noi. Durante tredici anni interi neppure una volta le parlammo direttamente di questioni religiose” (XIV, 906) Ma leggeva in russo il catechismo e il Nuovo Testamento. Quando chiese il battesimo Jacques fu suo padrino e Raissa sua madrina. Quando nel 1932 morì Raissa compose una poesia  Elisabetta-Maria, (.XV, 566-7) i due nomi ricevuti nel battesimo, che secondo i critici è tra le più belle dei quattro libri di poesie composti da sua figlia.[30]

 

3) Una vocazione coniugale feconda

 

            Bisogna poi considerare che la conversione dei Maritain nasce nel contesto di una vocazione coniugale, i due giovani si innamorano durante gli studi universitari, si sposano civilmente nel 1904, ricevono il battesimo nel 1906,  dopo avere sperimentato a casa di Bloy il valore della vita famigliare incontrando i Rouault, e van der Meer I Maritain non sono solo la testimonianza di una profonda intesa coniugale, che dura tutta la vita, ma intrattengono relazioni di amicizia con altre coppie di sposi, che vivono la loro spiritualità nell’amore reciproco, come documenta la loro corrispondenza. Sono in rapporto di amicizia con gli olandesi Christine e Pierre Van der Meer, Adya e  Otto Van Rees, con i belgi  Flore e  Léopold  Levaux,  con i francesi Aniouta e Stanislas Fumet, Thérère e  Étienne Gilson, Marguerite e Henri  Focillon, con i rumeni Geneviève e Benjamin Fondane, con gli italiani  Jeanne e Gino Severini, Simone e Luigi Crocco, con i russi Ella e Arthur Lourié, Bella e Marc Chagall, con gli americani Eleanor e John U. Nef, Caroline ed Allen Tate, filosofi, artisti, romanzieri, musicisti, critici letterari. Ma solo loro due hanno realizzato un opera comune, perché insieme pensata, voluta, e scritta insieme.

Ne possiamo segnalare solo alcune, scegliendole tra le più signifcative, una nel campo della letteratura, una seconda nel campo delle arti fugurative, e una terza nel campo della musica. Tre relazioni di coppia che documentano il crescere in comune della vocazione cristiana ed inbsieme l’aiuto fraterno, l’attenzione al mondo della cultusa                                                                                                        **L’amicizia con  Christine e Pierre Van der Meer de Walcheren incontrati a casa Bloy è molto significativa per comprendere la stima dell’amore coniugale dei Maritain.  Lui, socialista anarchico, scaricature di poito e nello stesso tempo critico letterario, alla “Casa del popolo” di Bruxelles conosce Christine Van der Brugghe pittrice, si sposano hanno due figli, Pieterke e Anne Marie. A casa Léon Bloy maturano la conversione al cattolicesimo. Così Jacques ricorda il loro battesimo: “ Il 25 febbraio1911 nella chiesa di san Medardo, Bloy è di nuovo padrino Pierre Van der Meer, questo grande e caro olandese  dagli occhi limpidi, a metà francese io credo, cuore nobile e generoso, riceve il battesimo con suo figlio Pierre-Léon di sette anni. Li vedo tutti e due tenere fermamente il medesimo cero sopra le acque che donano la vita. Cattolica di nascita la signora Christine Van der Meer ritorna ugualmente dopo una lunga assenza alla casa del Padre. Il nostro vecchio padrino ci dona un un fratello e una sorella tutti nuovi” (III, 1018) . In seguito i Maritain saranno molto vicini alle traversie coniugali dei Van der Meer. Quando in un eccesso di spiritualità, dopo che i loro figli Pieterke e Anne Marie sono entrati in monastero decidono anche loro di entrare in monastero, Raissa annota nel suo “Journal” :”Pensavamo che se il  padre abate  avesse conosciuto come noi conoscevamo la santità e la bellezza della loro unione, non avrebbe mai autorizzato la loro separazione. Egli non poteva rendersi conto del bene compiuto intorno a loro, del valore di una tale presenza così santa e luminosa e tranquilla in mezzo alle tenebre tormentate del mondo. E poi la loro felicità, di una qualità così rara, ci sembrava in se stesse una cosa sacra, sulla quale non bisognava porre la mano”. (XIV 857-858) Dopo un anno e mezzo, prima della professione, l’ abate dom Delatte d’accordo con la badessa del monastero  di Santa Cecilia a Solesmes, constatata la situazione anche attraverso la lettura delle lettere che i due coniugi si erano scambiate, convengono che  la loro vocazione è un’altra.”. Pierre torna al lavoro alla casa editrice, Cristine ai suoi disegni, spesso vanno a Oosterhout a recitare con la figlia l’ufficio divino. Dopo la morte della moglie Pierre tornò al monastero e qualche dopo fu ordinato sacerdote nell’anniversario della morte di Pieterke.                                                                 **L’amicizia con una coppia italiana. Jeanne e Gino Severini si erano sposati solo in municipio, il pittore italiano in cerca di successo in Francia si era innamorato della figlia del poeta Paul Fort e gli italiani di Parigi al loro matrimonio fecero una grande festa. Severini in casa del pittore Maurice Denis incontra un giovane sacerdote Gabriel Sarraute.? Ne nasce un’amicizia, insieme visitano più volte il Louvre e poco dopo nel 1922 il sacerdote celebra il matrimonio religioso dell’artista. Dovendo rientrare nella sua diocesi a Carcassonne affida i Severini ai Maritain. Severini legge Arte e scolastica e nella sua Autobiografia scrive:: "Ero già giunto a queste conclusioni con lo sviluppo logico del lavoro, l'intuizione e il pensiero, ma quanto grande fu la mia gioia di trovare in Maritain la conferma di certi modi di pensare e il modo di renderli più chiari a me stesso e agli altri”. Da parte sua Maritain conosceva l'opera del pittore, aveva ammirato la Danseuse obsédante, che Severini aveva esposto  da Bernheim Jeune nel 1912, e ne aveva parlato nella prima edizione di  Arte e scolastica.   I Maritain aiutano il pittore in difficoltà economiche, fanno spazio nella loro casa di Meudon ad uno studio per l’artista. La figlia Romana un giorno mi raccontava di come giocasse seduta sulle ginocchia di Maritain.; Raissa nel 1934 scriveL'Angelo della Scuola una biografia di san Tommaso per ragazzi, che l’artista illustra con molti disegni e che sarà tradotta in molte lingue, compreso il giapponese. Jacques influisce su Severini anche a livello i filosofia politica, in una lettera gli scrive: “Già conoscevo qualche cosa del testo di Mussolini che mi citate (grazie per avermelo copiato). La frase “Tutto è nello Stato, e nulla di umano e di spirituale non esiste e non ha valore al fuori dello Stato” è una frase terribile, tutto l’errore filosofico del fascismo vi è condensato. Essa dimostra che vi è soggiacente al fascismo una filosofia, a mio avviso incompatibile con il cristianesimo, anche quando essa riconosce Dio e la Chiesa” (11 novembre 1933). I Severini dal 1946 al 1952, mentre i Maritain sono in America, abitano la loro casa a Meudon, come  Gino ricorda in una lettera: ".Caro Jacques, ieri abbiamo dato le chiavi della casa alla signora Grunelius. Così Meudon non esiste più. Tuttavia credo che la grande attività dispiegata in questi muri non sia perduta, perchè niente si perde, ma devo confessarti, senza fare del sentimentalismo, che sono e che siamo tutti terribilmente tristi. Nel tuo atelier, caro Jacques, ho lavorato molto e meditato. Credo di avervi migliorato tutto ciò che costituisce una personalità artistica, chiarezza nelle idee, progresso tecnico; ho eseguito lassù i miei migliori mosaici, ho realizzato 97 quadri (dietro alle tele ho segnato "Meudon", perchè questo periodo del mio lavoro sia ben distinto), senza contare le numerose composizioni decorative, tra le quali il grande mosaico per la chiesa di Saint Pierre e quello per l'Università di Friburgo".(22 novembre 1952)

                   **Molto interessante l’aicizia con i coniugi  ebrei russi copia di  ebrei russi convertiti al cristianesimo  Ella e Arthur Lourié.  Lui è un compositore russo emigrato in Francia, che partecipa alle riunioni di Meudon, Raissa per fare eseguire le sue musiche organizza nel 1933 un'"Associazione degli Amici del Canto Corale" a cui aderiscono, tra gli altri, Marc Chagall, François Mauriac, Gabriel Marcel, Henri Ghéon, Charles Du Bos, Roland-Manuel, Louis Laloy. Alla prima del Concerto Spirituale  eseguita  nel 1936 è presente anche Arturo Toscanini. Jacques valuta l’opera di Lourié in un breve saggio  del 1936 e la colloca nella storia della musica "In opposizione al fenomenismo emozionale e al puro costruttivismo, si può dire che la musica di Lourié è una musica ontologica. Essa prende vita e si compie nel centro sconosciuto in cui s'incarna la vita della persona, nel sangue dell'anima, molto più a fondo del sentimento e di ogni manifestazione psicologica. Per questo motivo, per il fatto stesso di essere musica, essa è già vicina alle regioni della teologia e si apparenta, nonostante l'essenziale diversità di natura, al movimento proprio della preghiera, e comporta una imperiosa esigenza di spogliazione e di libertà. Linguaggio trasparente, creato istante per istante, privo di ogni retorica; poesia che non ha bisogno di attrezzatura poetica e  che diventa prosa e dialogo delle forme, ma la cui origine è situata lontanissimo, nella nube oscura e feconda del cielo sotterraneo dell'amore e del dolore" (VI 1062) Ed in un paragrafo di La chiave dei canti, , analizza questo significato ontologico della musica di Lourié, distinguendo  tra conoscenza filosofica e conoscenza poetica, che non si contrappongono, ma si pongono a livelli diversi,  per annodarsi nell'unità profonda dello spirito: "Della musica di Lourié è stato detto che si tratta di una musica ontologica; in stile kierkegaardiano potremmo dire anche esistenziale. Essa nasce alle radici singolari dell'essere, il più vicino possibile a quella giuntura dell'anima e dello spirito di cui parla san Paolo. Come sapere metafisico, l'ontologia si situa al più alto grado di intuizione astrattiva; la poesia, al contrario, più è ontologica, più sgorga dal recesso impenetrabile della individualità, intendo parlare della individualità di quell'anima spirituale che è una sola cosa, sostanzialmente, con la carne. Ed è lì che essa infonde all'opera prodotta la carica più potente, concreta, di universalità. Se è vero che l'idea operativa esige che vi sia una risonanza dell'universo nel suo creatore, si comprende facilmente questo contrasto. E si comprendono, al tempo stesso, alcuni abbagli  dei filosofi, quando esigono per la loro filosofia i privilegi di una conoscenza che è riservata al musicista, al poeta, al pittore" (V 802)

            Anche Raissa riconosce questo carattere della musica di Lourié e in una lettera, ricordando le emozioni  profonde suscitate in lei dall'ascolto della Sinfonia dialettica , gli scrive: "Ieri ho ricevuto su di me, e in me,  tutta quella musica, come si ricevono i raggi del sole e la voce del mare.... Mi pareva che tutta questa musica dalle sonorità  così pure e cosi fresche, e senza nessun intendimento descrittivo o emotivo, fosse come un levar del sole sul mare, con le carezze della luce e il rumore dolce e misterioso delle onde, che vengono e vanno. Tutto si animava, la terra si metteva a vivere, la vita arrivava da ogni parte, da lontano, da vicino. Una folla di esseri popolava lo spazio sonoro in cui si era presi senza alcuna possibilità di sfuggire".(24 marzo 1938)

            Amicizie profonde ma sempre rispettose della privacy tanto che Jacques nel 1963 pubblicando il Journal di Raissa scrive: “Arthur e Ella Lourié erano tra i rari amici con i quali usavamo il tu. In generale eravamo ostili a dare del tu, anche con gli amici più cari, eccezion fatta per i Bloy, i van der Meer, i Lourié, i Fumet” (XV. 402)

            A questo punto bisogna tenere presente un eventio eccezionale nella vita di coppia dei Mariitan, perché     dopo    sei anni di matrimonio matura un loro la decisione di pronunciare un voto di castità, che diventerà definitiva nella cattedrale di Versailles il 2 ottobre 1912. Questo voto, che resta sconosciuto anche agli amici più intimi, è forse la radice nascosta di tutte le attività culturali, politiche e spirituali che promuoveranno in seguito, ma non è una rinuncia alla loro coniugalità,[31] come lo stesso J. scriverà nel nota che redige nel 1962 quando pubblica il Journal di Raissa “E’ solo dopo esserci consigliati a lungo con padre Clérissac e con la sua approvazione, che per comune accordo noi abbiamo deciso di rinunciare a ciò che nel matrimonio non soddisfa solamente i bisogni  profondi dell’essere umano, carne e spirito, ma è una cosa buona e legittima in se stessa, ed abbiamo rinunciato nel medesimo tempo alla speranza di sopravvivere nei figli o nelle figlie. Non dico che sia stata una decisione facile da prendere. Essa non comportava nemmeno l’ombra di un disprezzo per la natura, ma nella nostra corsa verso l’assoluto e nel nostro desiderio di seguire a qualunque costo, pur restando nel mondo,  almeno uno dei consigli della vita perfetta, noi volevamo fare spazio per la ricerca della contemplazione e dell’unione a Dio e vendere per questa perla preziosa beni in loro stessi eccellenti. La speranza di un tale scopo ci dava le ali. Noi presentivamo, anche,  ed è stata una delle grandi grazie della nostra vita, che la forza e la profondità del nostro mutuo amore sarebbero accresciuti come all’infinito“ (XV. 175)

            I Maritain, sulla base di  questa esperienza elaborano una profonda riflessione filosofica e Jacques scrive nel 1963  “in margine al Journal di Raissa”, un piccolo saggio su Amore e amicizia (XIII. 701-754),[32], sviluppando alcune considerazioni sull'a­more e sul matrimonio, riferendosi implicitamente alla propria esperienza coniugale, come riconosce Jean De Menasce, un ebreo egiziano convertito al cattolicesimo, ordinato sacerdote, amico dei Maritain a New York durante la guerra, “Jacques ha amato Raissa come un adolescente follemente innamorato. Per tutta la vita ha avuto per Raissa un amore insieme tumultuoso, sereno e fedele. Nelle pagine di Amore e amicizia come non vedere una confessione intima?”[33]

            Quindi la decisione del 1912 non è stata una scelta anticoniugale per potersi dedicare alla contemplazione, ma un perfezionamento eroico della loro vita di coppia. Jacques in una nota ricorda il matrimonio di un amico e di un amica, di  cui lui e Raissa furono testimoni, che subito dopo il matrimonio fecero voto di castità, l’avessero fatto prima il matrimonio sarebbe stato nullo. Riferendosi a tutti  coloro che ad un certo punto della loro vita coniugale fanno voto di castità, Jacques osserva:  “Si sapeva che il sacramento del matrimonio era ancora più profondamente vissuto, perché uno dei fini essenziali del matrimonio, l’accompagnamento spirituale tra sposi per aiutarsi vicendevolemente a camminare verso Dio, si trovava affermato e realizzato in un modo superiore nell’amore folle per Dio. Quanto all’altro  fine essenziale, la procreazione,  esso non era rinnegato ma trasferito su di un altro piano, era una primogenitura spirituale che questi sposi attendevano da Dio, ed era ad essi che si donavano. Centuplum accipietis” (XIII.744-5).

            La testimoniannza  di Pieter van deer Meer è forse la più significativa per documentare la coniugalità della vita dei Maritain “Splendore di un matrimonio, di una vita coniugale vissuta nell’amore....Da questo amore nacque un’unione indistruttibile, un pensiero comune, un solo sentimento, un’unica sofferenza, un solo conforto, la ricerca in comune della verità, la scoperta di Dio e della Chiesa e, in, seguito, un cammino fianco a fianco, con uno scambio ininterrotto, un’influenza reciproca, una chiarificazione e un arricchimento senza posa. Raissa e Jacques non hanno speso molte parole per parlare di questa armoniosa ricchezza di vita vissuta nel sacramento del matrimonio..... Ma io posso testimoniare che Raissa non è mai stata assente al lavoro intellettuale del marito e che Jacques è sempìre stato presente nella vita spirituale di Raissa, sia nelle cose che sfioravano i suoi sentimenti, sia in quelle che partecipavano alla poesia. Nella preghiera, nel pensiero, nella sofferenza, nell’amore di questi due esseri è esistito sempre uno straordinario movimento di osmosi“[34]

 

 

4) Una seconda conversione: la scoperta di san Tommaso

 

            Molti si sono stupiti che i Maritain siano giunti alla fede proprio grazie all’incontro con Bloy, uno scrittore allergico alla filosofia e ostile verso la democrazia. Jacques in una intervista con Fr. Lefèvre del 1923 ne da questa spiegazione: “Non era una filosofia,  un alimento filosofico qualunque, che andavamo a cercare da Bloy.Ciò che ci metteva in movimento era l’ammirazione e la pietà per un artista di genio ridotto in miseria, e anche il desidero, più o meno consapevole di scoprire il segreto di una tale grandezza in un tale abbandono. Ora era in faccia alla Fede cattolica più intransigente che noi ci trovavamo, una fede viva ed armata di cui non sospettavamo nemmeno l’esistenza” (II, 1236) Ma Bloy, considerato un fideista poco amante della filosofia, non era così ostile come sembrava. Già nel marzo del 1907 aveva scritto ad un giovane sacerdote: “Voi avete visto e dimostrato la stoltezza di Spinoza, Fichte, Schelling, Hegel e di quanti altri ancora... Ma ogni cristiano avveduto converrà che è impossibile perdere la fede senza perdere anche ad un certo punto la Ragione, che  è la facoltà con la quale si conosce Dio. L’uomo che oppone la Ragione e la Fede  è tanto stupido quanto un cavaliere che non dia da mangiare al suo cavallo”. Quando Jacques pubblica nella “Revue Thomiste” l’articolo sui due bergsonismi, Bloy annota nel Journal Si sa della mia scarsa attrazione per la filosofia, che ai miei occhi appare la più noiosa maniera di sprecare il prezioso tempo della vita e il cui dialetto arcano mi scoraggia. Ma con Jacques, tutto cambia in modo singolare. Sapevo che il mio diletto figlioccio era più in alto degli altri e di quante lunghezze! ma  non mi aspettavo di vedere uscire un braccio così forte dagli stracci della filosofia. Un braccio di atleta e una voce possente di lamentatore. Vi ho anche trovato come un’onda di poesia dolorosa, una grossa onda venuta dal fondo e da molto lontano“ (17 ottobre 1912) Jacques in  seguito gli manda il volume La filosofia bergsoniana e riceve questa risposta: “Ne ho cominciato la lettura soltanto ieri sera e confesso che alla ventesima pagina ero completamente distrutto. Questi problemi mi sono estranei e gli atroci barbarismi  della lingua filosofica feriscono il mio temperamento di scrittore latino. Tuttavia andrò avanti con la lettura, persuaso di trovarvi la sua anima e di ricevere da te un poco di luce. Ma gli inizi sono duri. L’intuizione? la durata? Chiacchiere! So bene quello che vuoi tu, caro figlioccio, ma ignoro quello che vuole Bergson, e sicuramente non lo saprò mai, perché lui stesso  non ne è a conoscenza“ (2 novembre 1913);

            Ma i Maritain avevano bisogno di filosofia, di una vera ricerca filosofica, che l’incontro con Bergson aveva avviato, ma non aveva soddisfatto. Infatti in  un appunto di Jacques del 1906 si può leggere “Raissa è sempre vissuta per la verità, non ha mai resistito alla verità.....Essa dona tutto, senza tenere nulla per se, per il suo cuore come per il suo intelletto, è la realtà essenziale che importa, nessun elemento accessorio riuscirebbe a farla  esitare. Il suo pensiero e la sua natura sono per inclinazione intuitivi; e siccome è una creatura tutta interiore, è tutta libertà, la sua ragione si appaga solo con il reale, la sua anima con l’assoluto” (XII, 166) In quel tempo i Maritain erano in Germania ad Heidelberg, dove Jacques studiava embriologia alla scuola di H. Driech, ed incominciava a vedere le linee portanti di una filosofia della natura che si richiama ad Aristotele[35], e  ricorda “E’ sulla indistruttibile verità degli oggetti  presentati dalla fede che la riflessione filosofica si appoggiava in noi per restaurare      l’ordine naturale stesso dell’intelligenza all’essere e per riconoscere la portata ontologica     della ragione. Affermando già allora a noi stessi, senza superbia e senza avvilimento, l’autentico valore della realtà dei nostri strumenti umani di conoscenza, eravamo già tomisti senza saperlo. Quando qualche mese più tardi avremmo incontrato la Summa teologica non avremmo opposto alcuna resistenza al suo flotto luminoso” (XIV, 818)

                        Fu padre Clérissac a proporre a Raissa di leggere san Tommaso all’inizio del 1909 “Fu tremando di curiosità e di timore che aprii per la prima volta la Summa teologica al Trattato di Dio. La scolastica non era, secondo la reputazione corrente, un sepolcro di sottigliezze cadute in polvere?.....Dalle prime pagine compresi la vanità e la puerilità delle mie apprensioni Tutto qui era libertà dello spirito, purezza della fede,  integrità dell’intelletto  illuminato di scienza e di genio.....Pregare, comprendere mi erano una sola e stessa cosa, l’uno dava sete all’altro e mi sentivo sempre dissetata” (XIV, 830-1). L’anno dopo Jacques annota nel suo Journal, “15 settembre 1910 su incitamento di Raissa incomincio a leggere la Summa teologica e come per lei è una liberazione, una inondazione di luce. L’intelletto trova la sua patria” (XII, 207)

            In seguito Maritain, dedicò tutta la vita a diffondere ed approfondire il tomismo, e con Raissa diede vita ai “Circoli di studi tomistici” che tra il 1919 e il 1939 nelle riunioni a casa loro a Meudon e nei ritiri annuali coinvolsero moltissime persone, filosofi e teologi, artisti e romanzieri, poeti e musicisti. Jacques era la mente di queste riunioni, Raissa era l’anima, che nella preghiera e nella sofferenza sorreggeva questo lavoro di apostolato intellettuale, e la sorella Vera l’organizzatrice che provvedeva a tutte  le necessità pratiche. “Raissa avrebbe conosciuto a Meudon gli anni più belli della nostra vita, con le grazie del raccoglimento che costituivano il suo tesoro, con accanto le amicizie e le gioie ineguagliabili dello spirito, nello stesso tempo le pene interiori e lo strazio che a noi soli, Vera ed io, non riusciva a nascondere completamente.....Ambedue le sorelle traevano dalla razza ebraica quell’affinamento della sensibilità, che l’abitudine alla contemplazione rendeva ancora più delicato e che faceva di loro delle privilegiate del dolore”. (XII, 315) La collaborazione di Raissa si sviluppava anche a livello intellettuale, con la sua partecipazione alle riunioni di studio, e come documentano i suoi scritti, ma la sua vocazione fu soprattutto quella del sacrificio e dell’immolazione. Traggo dagli appunti di Jacques le note trascritte il 27 settembre 1931 in occasione del decimo ritiro del Circoli tomistici “I Van der Meer fanno colazione da noi. Ad un certo momento Raissa chiede il permesso di assetarsi. Mi preoccupo molto e salgo a raggiungerla in camera sua. La trovo come agonizzante di dolore e di angoscia, quasi che Dio la respingesse con indicibile violenza. Piange e geme. Prego insieme con lei. Dopo molte lacrime la sofferenza si placa. Raissa trova forza sufficiente per scendere ad assistere alla conferenza di padre Garrigou alle 15. La sala è sovraffollata, vi si soffoca, ci sono centocinquanta persone e nessuna se ne va”. (XII, 331-2) Un giorno bisognerà studiare con attenzione l’esperienza mistica di Raissa, per comprendere meglio come essa si inserisca nel lavoro intellettuale di Jacques, ma è necessario ancora ricordare come i due giovani, pochi anni dopo il matrimonio, in tutta libertà e consapevolezza abbiano fatto voto di castità il 2 ottobre 1912. Questo voto, che resta sconosciuto anche agli amici più intimi, è la radice nascosta di tutte le attività culturali, politiche e spirituali, che promuovono, ma non è una rinuncia alla loro coniugalità, come lo stesso Jacques scrive quando nel 1962, dopo la morte di Raissa, svela il segreto: “E’ solo dopo esserci consigliati a lungo con padre Clérissac e con la sua approvazione, che per comune accordo noi abbiamo deciso di rinunciare a ciò che nel matrimonio non soddisfa solamente i bisogni  profondi dell’essere umano, carne e spirito, ma è una cosa buona e legittima in se stessa, ed abbiamo rinunciato nel medesimo tempo alla speranza di sopravvivere nei figli o nelle figlie. Non dico che sia stata una decisione facile da prendere. Essa non comportava nemmeno l’ombra di un disprezzo per la natura, ma nella nostra corsa verso l’assoluto e nel nostro desiderio di seguire a qualunque costo, pur restando nel mondo,  almeno uno dei consigli della vita perfetta, noi volevamo fare spazio per la ricerca della contemplazione e dell’unione a Dio e vendere per questa perla preziosa beni in loro stessi eccellenti. La speranza di un tale scopo ci dava le ali. Noi presentivamo, anche,  ed è stata una delle grandi grazie della nostra vita, che la forza e la profondità del nostro mutuo amore sarebbero accresciuti come all’infinito“ (XV, 175)

            In tutte le sue opere, Jacques fa riferimento a san Tommaso, ne sviluppa la filosofia nei  campi più diversi, dalla logica alla metafisica, dall’etica alla politica, dall’estetica alla pedagogia, dalla filosofia del diritto alla mistica, ma c’è un scritto Il dottore Angelico [36]  in cui traccia le linee portanti della sua riflessione, precisando: a) “C'è una filosofia tomista, non c'è una filosofia neotomista”;   b) “Il tomismo non vuole tornare al Medioevo”; c) “Il tomismo intende usare la ragione per distinguere il vero dal falso; non vuole distruggere, ma purificare il pensiero moderno ed integrare tutto il vero scoperto dopo s.Tommaso”; d) “Il tomismo non è nè di destra nè di sinistra; non è situato nello spazio ma nello spirito”; e) “Il tomismo è una saggezza. Tra di lui e le forme particolari della cultura debbono regnare degli scambi vitali incessanti, ma esso nella sua essenza è rigorosamente indipendente da queste forme particolari”; f) “Giudicare il tomismo come un abito che si portava al XIII secolo ma oggi non è più di moda, come se il valore di una metafisica fosse in funzione del tempo, è un modo di pensare propriamente barbaro”; g) “Non c'è modo più puerile di giudicare il valore di una metafisica in funzione di uno stato sociale da conservare o da distruggere”; h) “La filosofia di s.Tommaso è indipendente in se stessa dai dati della fede e non dipende nei suoi principi e nella sua struttura che dall'esperienza e dalla ragione. Tuttavia questa filosofia, per restando perfettamente distinta da loro, è in comunicazione vitale con la saggezza superiore della teologia e con quella della contemplazione”. (V,   da pag 22 a pag 25)

            Questo suo tomismo, che chiama realismo critico e filosofia esistenziale, non è tanto una filosofia cristiana, quanto un filosofare nella fede, perché la filosofia è soltanto filosofia, procede autonomamente con il discorso razionale, anche quando, come nella filosofia pratica,  di necessità deve utilizzare, ma nel suo universo , i dati forniti dalla fede.[37]

 

5) Bisogna fare la verità anche in politica

 

Ma la scoperta del tomismo comportò per i Maritain anche una serie di polemiche politiche, perché Jacques si trovò coinvolto nelle vicende del movimento “Action Française” di Maurras[38] , espressione della destra nazionalista e monarchica, sia a causa delle simpatie politiche di H. Clérissac, che lo aveva portato a san Tommaso, sia per le conseguenze di una eredità ricevuta da Pierre Villard. Circa la prima causa Raissa osserva "L'esperienza ci ha mostrato fino a qual punto la direzione delle anime esige dal direttore la purissima discriminazione delle cose che sono di Dio e quelle che sono di Cesare. Per essere veramente spirituale essa richiede che il direttore distingua, anche egli, in se stesso, ciò che è nell'ordine della grazia, della fede, della teologia, della perfezione e ciò che è soltanto retaggio umano di abitudini secolari, di pregiudizi familiari, di razza, di casta, o nell'ordine delle preferenze e dei gusti" (XVI, 983). Circa la seconda causa Jacques aveva incontrato questo giovane all’Institut Catholique, seguendolo poi nella sua conversione, intellettuale e religiosa, che muore nel conflitto mondiale.[39]. Come gli comunica un notaio in data 24 agosto 1918 Maritain si trova erede del patrimonio di Villard con Ch. Maurras. In due lettere accluse al testamento il giovane esprime il desiderio che la donazione “contribuisca a salvaguardare i residui del patrimonio intellettuale e morale del paese” (XII, 288) Maritain destina una parte dell’eredità all’acquisto di una casa a Meudon, periferia di Parigi, che sarà il cuore della sua attività di apostolato intellettuale, la base dei “Circoli tomistici”, e insieme a Maurras destina un’altra parte al finanziamento della Revue Universelle, vicina al movimento ma non organo del movimento che si esprimeva nel quotidiano Action Française, fondato nel 1908

            Ma la causa profonda delle relazioni di Maritain con il movimento politico, a cui di fatto non ha mai aderito, è da rintracciarsi nell’amicizia con lo scrittore Henri Massis, che Psichari il 5 gennaio 1913 aveva accompagnato a Meudon dai Maritain, che era tornato alla fede, si era dedicato alla diffusione del tomismo, ma simpatizzava per il movimento. Raissa così ricorda il primo incontro: “Massis era il più giovane dei tre, di altezza media, smilzo, nervoso, sembrava avesse appena raggiunto i venticinque anni.... Con volto ardente, intelligente, ci fu fin da principio simpatico. Si dichiaravano l’uno l’altro cattolici senza fede, Jacques parlava poco, attento alle parole delle anime“ (XIV, 958) Se non si tiene conto che  Jacques si muoveva tra questi cattolici senza fede , non si può comprendere la vicinanza del filosofo all’Action Française e le sue buone intenzioni.  Maritain e Massis in una intervista attaccano nel 1923 attaccano la Nouvelle Revue Français e accusano Gide di estetismo individualista.[40] Massis è presente a Meudon quando Cocteau ritorna alla fede dopo essersi confessato da padre Henrion (15 giugno 1925), tanto da tanto da scrivergli “Io ho sentito che la presenza divina, quando padre Charles è apparso fra di noi quella sera memorabile, vi avrebbe sconvolto il cuore dal di dentro o voi sareste uscito da quel clima di morte in cui vi distruggevate” (III, 692) Maritain e Massis collaborano alla fondazione della collana Le Roseau d’Or a nel 1925 (III,1383-1386) per aiutare gli scrittori cattolici. Con lui Maritain fin dal 1913 progetta la fondazione di un periodico di ispirazione cattolica da contrapporre a L’Opinion, espressione della cultura laicista e liberale, precisandogli in una lettera “il nostro terreno di azione dovrà essere quello religioso” (3 aprile 1914). Con la guerra il progetto tramonta e nel 1920 viene fondata la Revue Universelle, sotto la direzione di Bainville, ma in realtà controllata da Massis. A Maritain viene assegnata una rubrica di filosofia, sotto la sua indipendente responsabilità. Maritain ottiene anche la direzione della “Bibliothèque Française  de philosophie” presso la “Nouvelle Librairie Nationale”, che è la casa di edizione della “Action Française”. Maritain sa che Maurras e Bainville sono agnostici, che la collaborazione tra laici e cattolici sarà  difficile, insiste sull’autonomia della rivista dal movimento, e spera di fare opera di apostolato intellettuale tra i giovani. Con l’andare del tempo le cose diventano sempre più difficili, gli amici H Ghéon e  R. Dalbiez mettono sull’avviso Maritain, che progressivamente si distacca dalla rivista nella quale il suo ultimo articolo è del luglio 1926.

                        Prima ancora che il cardinale P. Andrieu, vescovo di Bordeaux, con una lettera del 27 agosto 1926  chiedesse alla Santa Sede di mettere in guardia i cattolici Maritain, aveva già preparato un testo, Una opinione su Ch. Maurras [41]  inviandolo a Journet per la pubblicazione su “Nova et Vetera”, nel quale elaborava un preciso giudizio negativo: 1° Le idee politiche di Maurras si presentano come un insieme di conclusioni acquisite per via induttiva; il suo metodo si può definire un empirismo organico, che rimanda in parte a Comte.  2° La democrazia di Maurras si pone tra la democrazia politica (Aristotele) e il democraticismo (Rousseau), e non si avvicina alla democrazia sociale auspicata dai Pontefici. 3° L'espressione "politique d'abord" presa come valore assoluto può portare alla divinizzazione dello Stato. 4° Maurras ha riconosciuto che il liberalismo nato dalla Rivoluzione francese porta ad una umanità separata da Dio. 5° Maurras  è estraneo alle realtà della fede 6° L'errore in cui si rischia di cadere è quello di un  naturalismo politico.

            Il Papa il 5 settembre 1926 risponde al card Andrieu approvando le sue riserve sul movimento e la lettera è pubblicata su “L’Osservatore Romano’. Maurras, sollecitato da Massis, si reca a Meudon durante una riunione dei Circoli tomisti (24-28 settembre) e Raissa annota ”venne una mattina per un colloquio con padre Garrigou, avevo molto sperato da questo incontro, invece, purtroppo, non dette alcun risultato” (XII, 324)  Maritain invia a Po XI il suo volumetto, pubblicato in Francia da Plon, con una lettera in cui scrive“Il mio scopo è quello di condurre i cattolici dell’ Action Française, ed in particolare i giovani, ad una ubbidienza veramente filiale alle direttive di V. S., aiutandoli a comprendere alla luce dei principi della fede i complessi problemi sui quali si trovano coinvolti ed in particolare il problema politico stesso. Nel medesimo tempo mi sforzo di fare passare da una forma embrionale ad una forma perfetta le verità parziali trovate empiricamente da Maurras nel campo della politica alla vera saggezza che solo il tomismo può fornire. Cosi viene affermata anche l’indipendenza della rinascita tomista a riguardo di qualsiasi partito politico “(27 settembre 1926) Questa lettera dimostra la buona fede una certa ingenuità del filosofo, che non si rende conto delle strumentalizzazioni della sua collaborazione, che spera inutilmente di convertire Maurras; ma anche il suo desiderio di apostolato intellettuale e l’intuizione dell’autonomia della filosofia dalla politica dei partiti. Comunque Pio XI condanna esplicitamente il movimento il 20 dicembre 1926 diffidando i cattolici dal parteciparvi, mentre alcune opere di Maurras sono messe all’Indice. Maritain il giorno dopo scrive a Maurras “Ciò che avevo temuto è arrivato, non posso che rimpiangere crudelmente che non si è fatto nulla dopo l’incontro di settembre...... Non c’è più soccorso che in Dio. Egli ama la vostra anima. Egli la vuole e impiega per arrivare ai suoi fini i duri mezzi dell’amore. Non posso impedirmi di pensare che mentre  egli vi  percuote e vi devasta al di fuori, vi parla al di dentro. Se questo è vero, che nessuna preoccupazione estranea, per quanto importante essa sia, vi distragga dall’ubbidire a questa voce“ (21 dicembre 1926)                                                                                                                                     Maurras resiste, il suo giornale attacca il papa con un clamoroso Non possumus, molti cattolici disubbidiscono, alcuni teologi elaborano dei distinguo, dicendo che è stata condannata la scuola dell A.F. e non il movimento politico. Maritain prende decisamente le distanze col volume, Primato dello spirituale[42], dove  affronta questa problematica sui rapporti tra Stato e Chiesa e sui compiti del cristiano. Invia il libro a Pio XI con una lettera: “E’ perché io vedo la Chiesa e la Verità offese dalla condotta di qualcuno tra i miei fratelli, ed anche perché sento nel profondo del cuore l’afflizione che ne deriva per il Padre comune,  che mi sono visto obbligato un coscienza a rendere pubblicamente la mia testimonianza....Il libro che pubblico oggi mi attira molta collera. Ma il mio desiderio è di servire il Signore“ (19 luglio 1927).

            Ma la polemica divampa come Maritain scrive a Journet  comincia sotto banco una campagna contro il “Primato dello spirituale” in piccole riviste ed in fogli dattiloscritti, ma la cosa è più dolorosa perché è sostenuta da religiosi (alcuni dei quali mi erano cari e che io veneravo) che mi accusano di essere eretico. Infine, Dio ha il suo tempo” (22 ottobre 1927) I Maritain sono molto preoccupati della situazione del cattolicesimo in Francia, decidono di fare un nuovo viaggio a Roma per parlare a Pio XI, ma Raissa non può proseguire nel viaggio e solo Jacques può raggiungere Roma dove il 6 e il 7 settembre del 1927 ha due incontri con il pontefice. Jacques scrive un diario per Raissa attraverso il quale si possono seguire le vicende di questo viaggio.[43] Un passaggio d questo Journal è drammatico “Se si fosse realmente obbedito a Leone XIII quanti mali si sarebbero evitati. Lui stesso è stato in Francia ed ha osservato la situazione da vicino; e sentito parole a cui non avrebbe voluto credere: Monarchia assolutamente necessaria alla religione. Il Papa trattato da religiosi, come un peccatore da convertire. Consanguineità tra ciò che fa e ciò che ha fatto Leone XIII”. Maritain, dopo un’ora e mezza di colloquio lascia a Pio XI un pro-memoria sulla situazione francese; il giorno dopo il Papa lo richiama e gli affida il compito di preparare con alcuni teologi un nuovo volume sul problema, Maritain torna in Francia e nel 1928 pubblica Chiaroveggenza di Roma [44]con diversi collaboratori, Nella Conclusione gli Autori scrivono “Uno spirito riflessivo, considerando la crisi dolorosa dell’Action Française non può non essere colpito innanzitutto dalla chiaroveggenza della Chiesa. Il male che essa ha denunciato si nascondeva sotto mille apparenze di bene, di ordine, di restaurazione civile, di integrità dottrinale” (III,1190)

Su queste polemiche lasciamo la conclusione ai protagonisti, perché Raissa ne parla nel 1944 citando e commentando alcune  pagine de Journal di Jacques ne Le Grande Amicizie,: “Più tardi, dopo la pubblicazione di Primato dello spirituale dom Florent Miège, la cui incomparabile amicizia doveva abbondantemente compensarmi di tanti odi sollevati negli ambienti ecclesiastici dell’Action Française, aveva un bel dirmi che il Signore mette a profitto anche gli errori di coloro che lo amano e che le mie relazioni con persone dell’Action Française avevano permesso che nel momento più critico la mia testimonianza potesse aiutare ed illuminare delle anime di buona volontà; ma io mi accuserò sempre come di una imperdonabile leggerezza di avere fatto credito durante qualche tempo ad un movimento i cui sofismi  politici hanno alla base il disprezzo del Vangelo. Oggi più che mai benedico l’intervento liberatore della Chiesa.... Allora incominciò per me un periodo di riflessione dedicata alla filosofia morale e politica in cui tentai di scoprire le linee di una politica cristiana autentica, e di stabilire, alla luce di una filosofia della storia e della cultura, il vero significato dell’ispirazione democratica e la natura del nuovo umanesimo che aspettiamo”. (XIV, 978)                                                  

            Come si può constatare in gioco sono l’oggettività della verità e la soggettività della libertà, che il cristiano deve sempre rispettare insieme, e non alternativamente, evitando da una parte il fondamentalismo che rifiuta la libertà di coscienza e il relativismo che nega la verità. Maritain è deciso a distinguere senza separare religione e politica. Nel 1932 sostiene Mounier nella fondazione della rivista Esprit ; collabora al periodico Sept  fondato dai  padri domenicani di Juvisy  nel quale Gilson per primo formula la distinzione tra l’agire da cristiano nel campo della politica e l’agire in quanto cristiano nel campo della religione, che svilupperà ampiamente  nell’appendice Umanesimo Integrale e diventerà la causa di molte polemiche in America ed in Europa. Le pubblicazioni di Sept cessano per ordine dei superiore generale dei domenicani, e Maritain collabora Vendredi, che vede l’apporto di uomini di diversa ispirazione, da Gide a Maritain e dove pubblica un breve testo Eroismo e umanesimo che sarà la introduzione di Umanesimo Integrale

 Questo suo attivismo crea preoccupazione nelle autorità ecclesiastiche perché temono un coinvolgimento dei cattolici con le forze di sinistra, Maritain allora precisa le sue posizioni di cristiano impegnato nel temporale  con la Lettre sur l'indépendance,[45] Precisa che il filosofo, in ragione della sua stessa ricerca, deve interessarsi di politica: "Non esiste infatti soltanto la filosofia speculativa, ma c'è anche  una filosofia pratica, ed io credo che essa debba discendere sino all'estremo limite in cui la conoscenza filosofica tocca l'azione". (VI. 255) Ma il compito della filosofia non è l'azione, perché altro è il sapere e la saggezza ed altro è l'agire e la prudenza. Ritenere con Marx che la filosofia di per se stessa debba trasformare la società "è un errore, che svuota ogni libertà spirituale ed ogni vera filosofia; da esso consegue che tutto il pensiero è coinvolto nel movimento stesso dell'azione transitiva e della dialettica del divenire, tutto intero immerso nella storia. Agli occhi di un metafisico abbiamo qui la quintessenza dell'immanentismo  e del materialismo di Marx" . (VI. 256) Il porsi del filosofo al di fuori dei partiti, quali che essi siano, la sua indipendenza davanti all'azione immediata da intraprendere, che esige una parte considerevole di tecnica e di arte, è tutto l'opposto dall'evasione e dalla fuga, perché "il filosofo ha una qualche utilità tra gli uomini solo se rimane tale" (VI. 257), e l'indipendenza del filosofo  testimonia la libertà della intelligenza di fronte all'istante che passa.  Restare liberi non significa restare indifferenti ed estranei, ma impegnarsi nel campo della propria competenza per cercare i principi regolatori dell'esperienza. Per il cristiano questo impegno nella società e nella storia è una conseguenza della legge dell'Incarnazione, egli "deve essere dappertutto e rimanere dappertutto libero" (VI. 259), perché la libertà del cristiano ha la sua radice ultima nella libertà di Dio . La Chiesa non è una fortezza o una cittadella separata dal mondo; essa è immersa nella storia, ed "i buoni e i cattivi sono, in realtà, dappertutto  frammisti fra loro, anche nella Chiesa". (VI 260) "Il cristiano non cede la sua anima al mondo, ma egli deve andare al mondo,  deve parlare al mondo,  deve essere nel mondo, nel più profondo di esso: non solo per rendere testimonianza a Dio e alla vita eterna, ma anche per fare da cristiano il suo mestiere di uomo nel mondo" (VI 266), mediante un' azione civica cristiana per la difesa dei valori religiosi e morali (di diritto naturale) sul piano del temporale e mediante un’ azione politica cristiana, autenticamente e intrinsecamente cristiana.

            Non bisogna cadere nello schematismo della contrapposizione destra e sinistra, perché, soprattutto quando la storia giunge alla confusione del gioco delle parti  e le formazioni politiche "si riducono a dei complessi affettivi esasperati, non essere nè di destra nè di sinistra significa che si vuole conservare la nostra ragione" (VI, 276) e accettare ogni possibilità di dialogo fra gli spiriti che si situano su posizioni molto diverse tra di loro.

Durante un viaggio in Sud America, dal 26 luglio al 7 novembre  1936 con numerosi interventi di Jacques (24 conferenze e l4 lezioni) a Rio de Janeiro in Brasile, a Buenos Aires, Cordoba, Rosario in Argentina, a Montevideo in Uruguay. (XVI, 480-486)  Maritain tiene una conferenza a Buenos Aires il 6 ottobre 1936 agli amici della rivista Sur per spiegare le ragioni della sua Lettera sull’indipendenza, e  per difendersi dalle accuse di filocomunismo. In questa conferenza c’è un lungo passo dedicato a Mounier. “Vi devo confessare che ho avuto numerose controversie con i miei amici di “Esprit”, con Mounier, che stimo molto e che è il direttore di questa rivista. Ho passato diversi mesi a inviargli, quasi ogni giorno, telegrammi con rimproveri amari: il risultato è stato che la nostra amicizia si è rafforzata. Malgrado le imprudenze, e talvolta gli errori che hanno potuto commettere, la direzione nel suo insieme è buona e generosa. Per quanto riguarda Mounier le stesse           imprudenze che ha potuto commettere gli sono servite a correggere la sua rivista e a dirigerla in maniera sempre più soddisfacente”. Maritain sottolinea come la rivista abbia contribuito a staccare in Francia il cattolicesimo dal capitalismo e “nello stesso tempo abbia conservato la sua indipendenza in condizioni difficili. Essa non ha aderito al “Fronte popolare” ed essa è stata la sola a pubblicare nel mese di  giugno di quest’anno due documenti contro il  governo della Russia sovietica; mi riferisco alle due lettere di Victor Serge e di André Gide” . (. VI,1075-1076)

            Sulla base di precisi principi filosofici Maritain interviene nel conflitto spagnolo con manifesti e organizza un “Comitato per la pace religiosa e civile in Spagna”. Nella sua ricerca di una soluzione politica al di sopra delle parti in lotta per una pace duratura, non imposta da una parte, che rispettasse le coscienze pur nella diversità delle convinzioni ideologiche Maritain ebbe anche una violenta polemica con Paul Claudel nel 1937 quando Maritain pubblica un articolo ne La  Nouvelle Revue Française su La guerra santa in cui critica il nazionalismo falangista sostenendo che il cristiano deve porsi al di fuori delle parti in lotta, L’articolo era un’estratto dalla lunga prefazione al volume di A. Mendizabal, Aux origines d’une tragédie. La politique espagnole de 1923 à 1936 ( VI 1215-1256) che conteneva una postfazione in relazione alla Lettera collettiva dei Vescovi spagnoli, non firmata da soli tre Vescovi, che appoggiava i falangisti (1 luglio 1937). In questa postfazione Maritain scrive “Tutti i cattolici leggeranno con emozione e rispetto questo grave documento...tuttavia non pensiamo di mancare al rispetto dovuto a questa lettera.....se non seguiamo il documento episcopale nelle opinioni senza riserva che esso manifesta verso il campo nazionalista....in una materia, nella quale,  quale che sia la sua incidenza spirituale, l’aspetto politico e internazionale è direttamente implicato.....La guerra civile è un cattivo strumento, ed una volta scoppiata bisogna fare di tutto per porle al più presto fine nelle condizioni giuste e umane”.                                                  Claudel attacca violentemente Maritain, con un articolo  su Le Figaro (27 agosto 1937), criticando gli ideologi che lanciano progetti stravaganti di mediazione. La rottura si aggrava per un successivo confronto, quando Maritain in un articolo su Temps Présent (16 giugno 1926)[46] scrive “Finché le società moderne secerneranno la miseria come un prodotto normale del loro funzionamento il cristiano non può restare in riposo” (OC. VI 744) Claudel risponde su Le Figarò Littéraire (24 giugno 1939) con un titolo tratto da una parabola del Vangelo Attendez que l’ivraie ait mûri accusando Maritain, di mettere i cristiani “in stato di mobilitazione  obbligatoria e permanente contro il male sociale” sospingendoli “in uno stato di spirito rivoluzionario”, accusandolo di essere più vicino a Robespierre, a Rousseau e a Lenin che al Vangelo. Claudel ha frainteso Maritain, tanto che Mauriac, che aveva onorato lo scrittore in Notre Claudel su Temps Présent [47](30 giugno 1939) con un nuovo articolo Le Coup de Pouce  nella medesima rivista (7 luglio 1939) prende le difese del filosofo e scrive ‘“L’onestà intellettuale non sempre è in ragione diretta  del sapere, ne dello stesso genio, e troppo spesso un intellettuale usa la sua dialettica  più sottile per sfigurare il pensiero dell’avversario”[48] Maritain scrive una lettera al Direttore del giornale in data 26 giugno 1939, cita alcuni passaggi dell’enciclica Quadragesimo anno di Pio XI ed osserva ”leggendo questi testi si può valutare meglio il modo con cui Claudel tratta da pubblici peccatori chiunque ricordi alla gente le esigenze della giustizia sociale e della carità sociale” (OC. VII, 1135); poi risponde con un articolo      su Temps Présent  (26 giugno 1939) precisando “non ho detto, cosa che sarebbe un’affermazione di tipo rousseaiano, che la società presa come tale corrompe necessariamente l’uomo e produce di per se la miseria....non ho detto, e sarebbe un’affermazione marxista,  che ogni società che riconosce  per principio la proprietà privata dei mezzi di produzione e la legittimità di un  profitto per un capitale impegnato in un’impresa porti una parte dell’umanità alla schiavitù e produca di per se miseria....Se le società moderne producono miseria, non è per la natura delle cose, ma in virtù del disordine organico che le vizia......Noi dormiamo tutti, a dire il vero, a che scopo calunniare e vilipendere coloro che cercano di uscire un poco dal loro assopimento?”  (VII,1139-1142) La polemica tra i due continua con altri articoli, interviene anche Journet che in alcune lettere a Claudel chiarisce il pensiero dal filosofo precisando che la miseria nella società moderne  avviene per accidens, non per la natura stessa della economia, è il capitalismo spinto all’eccesso a generare miseria (27 giugno 1939). Claudel conferma a Journet le sue critiche e aggiunge “D’altra parte non dovete desolarvi di queste controversie. Ci sono sempre state nella Chiesa. Esse sono utili, anzi indispensabili” (1  luglio 1939)[49] Journet , poco dopo, ritorna a precisare: “Quanto alla parabola del Vangelo essa ha un senso letterale. E un senso derivato, che consiglia di non attaccare imprudentemente la zizzania, che dice come cristiano debba tollerare molti mali e molti scandali. Non dice che egli debba tranquillamente parteggiare per questi mali e per questi scandali, e vivere soddisfatto, in riposo, senza angoscia di fronte a loro” (12 luglio 1939) Maritain ringrazia Journet di essere intervenuto nella controversia ed piuttosto irritato aggiunge “Claudel è  un villano, vendicativo e astioso, non c’è nessuna ragione di trattarlo come un Papa. Da molti anni si accanisce ad inviare alla gente lettere ingiuriose e fulminazioni, che rendono il cattolicesimo odioso a coloro che ne sono oggetto. Avete avuto molta carità nel chiedergli di perdonarvi per avergli inviato le vostre lettere. Esse non hanno potuto fargli che un grand bene” (18 luglio 1939).

            Gli attacchi alla testimonianza cristiana di Maritain nella vita politica si ripeterono anche in seguito sia in Canada che in Sud America finendo per coinvolgere anche l’Italia e la Santa Sede. Le corrispondenze intercorse con i   protagonisti di queste polemiche documentano l’inquietudine e la sofferenza di Raissa e Jacques davanti alla possibilità che Umanesimo integrale, ed anche altre opere di filosofia politica, fossero messe all’Indice.

            L’attacco più violento avviene nel 1945 dall’Argentina Jules Meinvielle[50] accusa il filosofo di cedere al liberalismo, di deviare dalla linea della ortodossia cattolica, scrivendo un libro dal titolo Da Lammenais a Maritain [51]. Lo stesso p. Garrigou Lagrange critica le esagerazioni di Meinvielle scrivendogli: “Penso che Maritain non ha visto dove certe sue concessioni potevano logicamente condurre......ma il titolo sensazionale del vostro libro mi pare eccessivo, perché la deviazione di cui voi parlate è ben lungi dall’avere le proporzioni di quella di Lammenais, che fu in errore a riguardo dei fini della Chiesa., ritenendo che essa dovesse lavorare soprattutto per il benessere temporale dei popoli...Non bisogna dimenticare che Maritain  ha scritto “Primato dello spirituale”“. (26 luglio 1946) [52] Meinvielle non recede dalle sue posizioni, pubblica la lettera di Garrigou Lagrange[53] e scrive un articolo velenoso Cattolicesimo terrestre . Maritain viene a conoscenza di questa corrispondenza e irritato scrive a Garrigou Lagrange, perché ritiene che le sue convinzioni siano nella piena ortodossia della Chiesa cattolica, confutando punto per punto le tesi di Meinvielle.[54] Nel 1948 J. Meinvielle, che continua a scrivere contro, il filosofo[55], è a Roma, viene ricevuto da Pio XII, come risulta dal Diario di Maritain, che in data 5 marzo regista: “Ho visto mons. Montini. Mi ha parlato con grande amicizia. Meinvielle è stato ricevuto freddamente dal Papa. Montini gli ha lavato la testa domandandogli che cosa ha fatto l’Argentina di positivo per promuovere la dottrina cristiana, segnalandogli l’inopportunità di queste polemiche.”( CCJ.  III, 666-667)

              Veniamo alle polemiche italiane, che non sono scoppiate nel 1956, in relazione ai condizionamenti politici della vita culturale italiana, ma già molto tempo prima. Infatti nel 1950 p.  A.  Messineo[56] attacca Maritain su “La Civiltà Cattolica”, scrivendo “L’Umanesimo integrale proposto da certi scrittori come fondamento delle relazioni collettive sul piano temporale non è in sostanza, a dire il vero, che un naturalismo integrale, un naturalismo totale”[57]. Quando poi Maritain nel 1951 pubblica L’uomo e lo Stato  in cui precisa che la relazione tra lo Stato e la  Chiesa passa attraverso il corpo politico, perché lo Stato non può istituzionalizzare una religione, ma deve rispettare le religioni che si manifestano nel corpo politico della società civile., p. Messineo nel 1952 scrive  alcuni articoli contro, senza citare mai il filosofo.[58] L’anno dopo il card. Ottaviani in una conferenza all’Università Lateranense s  Doveri dello Stato cattolico verso la religione, attacca ripetutamente Maritain senza mai citarlo.[59] Intanto a Roma e in Francia circola un libello anonimo, in cui gli autori parlano dei rischi e dei danni del maritainismo, elencando minuziosamente tutti i precedenti attacchi.[60] Gli amici del filosofo sono preoccupati Journet, mons. André Baron, rettore della Parrocchia di san Luigi dei Francesi e W. d’Ormesson, nuovo ambasciatore di Francia presso la Santa sede, consigliano Maritain di venire a Roma, ma il filosofo non  è d’accordo e scrive a Journet “A dire io vero,  credo che tutto sia visto in relazione alla  situazione italiana e alla politica attuale della Santa Sede in Italia. Andare a Roma significherebbe provocare disagi ed è per questo che Montini  non si è mostrato favorevole a questa proposta” (8 maggio 1952). A d’Ormesson precisa “Il mio desiderio era di andare a Roma come Ambasciatore anziano a rendere omaggio al Papa e a Montini. Non ho alcuna intenzione di fare un viaggio a Roma come un accusato che va a difendersi.......Supponendo che il Vaticano (cosa che fa raramente, del resto) domandi ad un autore  spiegazioni sul suo pensiero, bisogna essere pronti a darle e di buon cuore. Non mi sottrarrei mai a persone che avendo autorità per pormi delle questioni me le formulassero. Ma prendere l’iniziativa e giustificarsi di fronte a calunnie anonime e a dicerie malevoli significherebbe accettare l’idea che tali manovre possano essere efficaci..... Il mio pensiero è espresso nei miei libri. Che li si legga (dal principio alla fine e con l’attenzione che ci vuole). Se gli informatori delle autorità si fidano di falsi testimoni, non ci spetta di  riformare tale stato di cose.....il mio maestro san Tommaso  non ha mai preso sul tragico gli attacchi di cui è stato oggetto alla fine della sua vita da parte dei Dottori dell’Università di Parigi, sostenuti dal vescovo di Parigi, sicuramente  tutti migliori teologi degli integralisti di Francia e di Argentina” (2 maggio 1952)

              Le inquietudini che alla fine del 1952 si assopiscono, riesplodono nel 1956[61] quando p. Messineo riaccende la polemica attaccando, direttamente Maritain, accusandolo di naturalismo integrale e paragonando la sua filosofia allo storicismo di Benedetto Croce.[62].Non è possibile, in questo breve testo, seguire le inquietudini dei Maritain, gli interventi, le prese di posizioni dei diversi gruppi cattolici,  riassumere tutte le lettere ricevute, ma su questa polemica una documentata riflessione va fatta.[63] Journet in  “Nova et Vetera” il 30 settembre del 1956 pubblica un lungo articolo nel quale confuta ad una ad una le critiche.[64] Jean Daniélou scrive su “Témoignage chrétien”: “Maritain ci aiuta, come Giorgio La Pira ad avere fiducia nella fecondità dei principi del cristianesimo, per ispirare la sola civiltà che sia pienamente valida” (CCJ  IV  645) Il gesuita Charles Boyer[65] scrive a Journet “Sono stato sorpreso ed ho sofferto per l’articolo de “La Civiltà Cattolica”. Mi sarebbe difficile parlarne con l’autore.              Credo che gli sia stato richiesto, forse in seguito a pressioni venute dall’America del Sud.... Conosco meno le idee politiche e sociali di Maritain di quelle delle altre parti della sua filosofia, ma non ha potuto scrivere quello che gli si rimprovera” (4 ottobre 1956)                                                  Comunque la soddisfazione più grande per Maritain viene dall’amico Montini, allora Arcivescovo di Milano,   che nella relazione La missione e il mistero della Chiesa  al “Congresso dell’apostolato dei laici”, (1957) lo cita e suscita un prolungato applauso.

            Le proposte maritainiane di una nuova cristianità pluralista, che rappresentano il superamento dello scontro tra laicismo e clericalismo, non furono attaccate, solo da destra, ma anche da sinistra. Infatti  il teologo peruviano, Gustavo Gutierrez,[66]  fondatore della teologia della liberazione, nei suoi scritti critica l’ Umanesimo integrale, perché disimpegna la Chiesa dall’intervenire in politica. Bisogna poi ricordare che Maritain si tenne sempre fuori dalla vita politica dei partiti, conservando la sua indipendenza di filosofo. Non è il filosofo della Democrazia cristiana, ma il filosofo cristiano della democrazia. Basti ricordare che un gruppo di amici  dell’Argentina, del Cile, del Brasile e dell’Uruguay si riuniscono a Montevideo Dal 18 al 23 aprile 1947 e vorrebbero che J. approvasse la loro intenzione di fondare “Organizzazione Democratico Cristiana d’America”. Inviano a Maritain, allora Ambasciatore in Vaticano,  questo telegramma “Riuniti a Montevideo i gruppi democristiani sudamericani per studiare la nostra posizione di fronte ai grandi problemi sociali contemporanei, salutano in voi il maestro  dell’umanesimo integrale, che noi riteniamo la soluzione ideale dei nostri problemi economici e politici “ (17 aprile 1947). Amoroso Alceu Lima[67], uno dei promotori della riunione,  invia il testo conclusivo dei lavori a Maritain, che risponde “Sono fiero che il nome di Umanesimo integrale abbia  ricevuto una consacrazione storica da parte di coloro che hanno formulato quest’atto di fondazione”, ma subito raccomanda di non trasformare il gruppo in ‘una unione internazionale di partiti politici di ispirazione cristiana”, ma di promuovere invece “un movimento di ordine intellettuale e culturale”. (13 giugno 1947) Maritain nel postscriptum fa presente a Lima che mons Montini, che lui ha informato del progetto in corso, auspicherebbe “un controllo dottrinale sul programma ideologico fondamentale”, ma che lui teme che questo controllo possa essere “un danno per l’autonomia laica del vostro movimento”

            Comunque l’influenza spirituale di Maritain nella politica dei cristiani in America latina è stata notevole[68], non si può dimentica il pensiero e l’opera di Eduardo Frei[69], militante nel movimento dei giovani conservatori La Falange nazionale, partecipa a Roma nel 1934 al congresso internazionale di Pax Romana ed in seguito a Parigi  segue le lezioni di Maritain all’Institut catholique e comprende la necessità di un movimento politico di ispirazione cristiana, che si ponga al sopra della destra e della sinistra. Tornato in Cile con Jaime Castillo fonda il Partito della democrazia cristiana, il cui logo è una freccia verticale sovrapposta a due linee incrociate simboleggianti la destra e la sinistra, che vanno trascese. Frei ricorda nelle sue Memorie: “Ciascuno dei suoi libri è nella mia biblioteca tra quelli che preferisco.......Quando fondammo la Falange e poi la Democrazia cristiana le sue idee hanno esercitato un’ influenza determinante. Per questo egli segue con un grande interesse ciò che capita nel nostro paese, dove ha molti discepoli e non solamente negli ambienti intellettuali”[70] Nella sua  prima lettera a Maritain, spedita su sollecitazione di Gabriela Mistral,  Frei gli ricorda di avere seguito le sue lezioni e avere condiviso le sue posizioni sulla guerra di Spagna, poi gli descrive a lungo la situazione politica del suo paese (4 gennaio 194O)

 

 

6) La  morte di Raissa e l’approdo tra i Piccoli Fratelli di Gesù

 

 

I Maritain hanno vissuto una vocazione coniugale, lo confermano le sue lettere agli amici alla morte di Raissa; tra le tante ne ricordiamo solo due ma molto significative. La lettera del 21 novembre 1960 a Thomas Merton ne è un documento prezioso “Sono troppo abbattuto per potervi scrivere a lungo, ma tengo a dirvi quanto mi hanno commosso la vostra lettera così fraterna. Grazie per la vostra compassione e per le vostre preghiere. Raissa è morta in una grande pace, la pace di Dio è sempre stata in lei. Questa malattia cosi crudele, che mi ha stretto alle porte della disperazione, è stato un ritiro della sua anima con Dio solo nel suo proprio silenzio. Di questo io sono sicuro.? Vorrei molto incontrarvi, ma come posso venire nella al Getzemani (l’ abbazia di Merton)    Il tempo mi è misurato, debbo andare svelto a Kolbsheim per ritrovare le carte di Raissa, in seguito mi ritirerò a Tolosa, in mezzo ai Piccoli Fratelli di Gesù, che mi proteggeranno contro me stesso. Senza essere propriamente uno di loro, perché resterò un filosofo laico, sarò al loro servizio; sono stato da loro accettato. Se Dio prolunga la mia povera vita dividerò cosi il mio tempo tra Kolbsheim e Toulouse”

  Riportiamo ancora a documentazione di questa vita coniugale che persiste nei sentimenti del filosofo qualche brano da una lettera a don Giovanni Stecco del Seminario di Vicenza con cui Raissa aveva una corrispondenza[71]. Jacques cosi gli partecipa il suo dolore “Mio carissimo amico, mi permetta di chiamarla cosi. Non posso esprimere con quanta emozione ho letto la sua lettera. Grazie di tutto cuore per quanto mi ha scritto, e che mi ha fatto piangere, perché la mia ferita non guarirà mai. Le sue lettere colpivano Raissa profondamente, le portavano una grande consolazione spirituale, erano un tesoro per lei. Niente è bello come questa amicizia che Dio crea fra anime che non si sono incontrate se non in spirito. Raïssa ha sopportato la malattia di Vera (tre anni di angoscia, Vera è morta di cancro) con un coraggio invincibile, ma a spese delle sue forze fisiche. Fisicamente era consumata. Quando siamo arrivati a Parigi il 7 luglio scorso, essa ha avuto, proprio entrando in albergo, una trombosi arteriosa al cervello  che le ha offeso il centro del linguaggio. In un attimo non poté più parlare, pur conservando la sua piena lucidità. Dopo un mese aveva spontaneamente recuperato molte parole e conversava con i medici e con me. Ma alla fine di agosto un secondo attacco venne ad aggravare tutto. Le fu estremamente difficile pronunciare le parole. Dio la chiudeva nel silenzio e la separava dagli uomini: con quale meraviglioso sguardo pieno di luce essa guardava i suoi amici!.......Essa è passata attraverso questa prova tremenda di quattro mesi --nella quale vedevo Dio distruggerla implacabilmente-- con una forza d’animo straordinaria e senza mai perdere la pace interiore.” (Tolosa, 10 marzo 1961)

Jacques di ritira a Tolosa, nel 1961, dopo viaggio negli Stati Uniti per recuperare le sue carte e per ritrovarsi ancora una volta, fisicamente, nella casa di Raissa. Questo riparare nella comunità dei tra i Piccoli Fratelli di Gesù non smentisce la vita precedente, anzi è una conseguenza naturale, anche per quanto riguarda lo stile di vita sempre vissuto dalla coppia in uno spirito di povertà, in una testimonianza cristiana che ha privilegiato mezzi poveri sui mezzi ricchi. Raissa e Jacques   hanno scritto  insieme un volumetto  Vita di preghiera come una guida spirituale per i  partecipanti ai “Circoli di studi  tomistici”, [72] nel quale raccomandano per coloro che vivono nel mondo e non possono praticare i consigli evangelici alla lettera, una vita di preghiera, che esige tre cose" la purezza di cuore, il distacco, e l’ abbandono alla Provvidenza" (XIV, 52), che  possono sostituire i tre voti dei religiosi, perché sono una sorta di castità, povertà, obbedienza spirituali. “la purezza del cuore, che libera l’intelligenza e la volontà dall’impronta delle cose create, è come una castità spirituale ; il distacco che fa sì che noi ci serviamo di noi stessi e delle cose “come se non ce ne servissimo”, è una sorta di povertà spirituale ; l’abbandono alla Provvidenza, che ci spinge a gettare in Dio ogni nostra preoccupazione e ci pone in balia della sua volontà, è un obbedienza spirituale , che penetra nel più profondo e, rendendoci liberi di fronte a tutte le cose, ci fa dipendere in tutto dalla conduzione dello Spirito Santo” (XIV, 52-3) I Maritain avevano imparato il valore della povertà a casa di Léon Bloy, che vive in miseria per conservare la sua indipendenza di scrittore, ma aveva anche compreso che la povertà non è un virtù politica, perchè la politica deve garantire il benessere del popolo  Raissa ne Le grandi amicizie si sofferma anche sul libro di Bloy  Il sangue del povero :"Questo libro patetico, di una poesia dolorosa, è ricco di intuizioni folgoranti, zampillanti di una emozione che sgorga dal più profondo del cuore" (XIV 1053). Il sangue del povero è il denaro dei ricchi, che sfruttano i poveri, il regno di Mammona, che si contrappone al regno di Dio e al Sangue di Cristo. Bloy 'condanna senza appello la società moderna, il suo libro fa eco alle rivendicazioni sociali più ardenti, ma è posto su di un altro piano e invano si cercherebbe un tentativo di risposta ai problemi terrestri, che pesano pesantemente su tanti uomini. Non è il libro di un economista o di un sociologo'" (XIV, 1053).            Nel commento al Padre nostro, che Jacques ha trovato tra le carte di sua moglie         Raissa osserva che pregando per avere il nostro pane quotidiano, preghiamo per tutti i poveri e gli affamati del mondo, che sono nell’indigenza per colpa del peccato, per colpa delle nostre omissioni, per il nostro egoismo di classe, di casta, di nazione, di civiltà, perché non abbiamo cercato il Regno di Dio, perché “a coloro che cercano per prima cosa il Regno di Dio tutto il resto sarà dato in sovrappiù”. (XV, 104)  E davanti alle miserie del nostro mondo rileva “Quanto alla storia terrestre, ogni giorno essa impara a sue spese che Deus non irridetur (Gal. VI, 7), ma essa non comprende ciò che apprende”. (XV, 104) un osservazione di filosofia della storia che  sottolinea come la violenza, la sopraffazione degli uni sugli altri a lunga distanza si paga. Jacques da parte sua evidenzia che se la povertà è una virtù evangelica e non una virtù politica, c’é comunque nella politica un riverbero di questa virtù nel senso che i veri mezzi della vita politica non sono quelli della forza della guerra ma quelli della pace. In Religione e cultura [73](1930) Maritain osserva che c’è una gerarchia dei mezzi da usare: ci sono i mezzi temporali ricchi, che mirano direttamente al successo, riguardano il temporale e sono legittimi, ma difficilmente animabili dallo spirituale; e ci sono mezzi temporali poveri, come la saggezza, la preghiera, la contemplazione, scarsamente visibili, ma più efficaci, perché propri della vita dello spirito. Non bisogna disprezzare  i mezzi ricchi, che “fanno parte della stoffa naturale umana. La religione deve consentire al loro aiuto. Ma per la salvezza del mondo è necessario che la gerarchia dei mezzi sia salvaguardata, come pure le loro giuste proporzioni relative”. ( IV, 232) La sicurezza è necessaria,  ma la salvezza vale di più. Il denaro deve servire a vivere, ma guai se la vita serve il denaro. Maritain è cosi preoccupato dell’azione devastante del capitalismo, dove il profitto è l’unico criterio di valore nella organizzazione della vita sociale, che in uno degli ultimi suoi scritti, poco noto ma significativo in un colloquio con i Piccoli fratelli di Gesù immagina un mondo senza denaro.[74]

            I Maritain vissero la loro vita famigliare in coerenza con queste convinzioni tanto che Jacques ricorda "Il nostro amore per la vita semplice, per i mezzi poveri, era troppo radicato per potere mutare. Raissa e Vera odiavano il lusso e l'ozio; tanto in Francia, che in America dopo,  abbiamo sempre lavorato sodo, conducendo una vita modestissima. Ma la libertà goduta a Meudon ci permise di dedicarci interamente (davvero interamente) quella che era stata la croce della totale povertà per Bloy fu sostituita per noi dalla croce della malattia) alla vita della intelligenza, che abbiamo sempre considerato inseparabile dalla vita spirituale, dall'amore e dal servizio alle anime" .(XII, 287) Durante il periodo in cui Jacques fu ospite dei Piccoli Fratelli di Gesù, quando doveva recarsi a Parigi era ospite di Paule e Gilbert Manuel, che con la loro figlia Élisabeth hanno tenuto un diario[75]. In data 2 gennaio 1965 si legge questa annotazione: ”Al ritorno dalla messa sentiamo Jacques che canta i salmi nella sua camera, Quando scende canta Gesù Cristo si veste da povero, che Péguy gli aveva insegnato, ed è la sua canzone preferita’”[76].

            Durante il soggiorno a Tolosa Jacques cura l’edizione degli scritti inediti di Raissa[77], scrive alcuni volumi su Cristo e la Chiesa[78], invia diversi memoranda a Paolo VI durante il Concilio Vaticano II, pubblica Il contadino della Garonna,[79] che con Primato dello Spirituale e Umanesimo integrale, rappresenta il trittico di maggiore successo della sua opera, quasi ad individuare i momenti fondamentali della sua riflessone filosofica.

            In quest’opera Maritain diagnostica le malattie del nostro tempo  che individua nella cronolatria epistemologica per cui prostrati nell'adorazione dell'effimero si rifiuta la verità eterna per "un fissarsi ossessivo sul tempo che passa" (XII, 684), e nella logofobia,  per cui si rifiuta la filosofia in nome del linguaggio, dimenticando che "non è il linguaggio a fare i concetti, ma  sono i concetti a fare il linguaggio". Precisa ancora questo disgusto per la ragione porta il mondo moderno a rifiutare la stessa pre-filosofia del senso comune, per ridurre tutte le conoscenze al regno del fenomenico, del precario, del provvisorio: "si rinuncia alla Verità, per la verifica, alla realtà per il segno". (XII, 694) Come si può constatare anche quest’ultimo Maritain è ancora il giovane, che la sua fidanzata si disperava di non potere trovare la verità, e che una volta che l’ha trovata, non solo la difende in tutti i campi del sapere, ma la approfondisce, fedele al Vangelo che ammonisce: “conoscerete la e la verità che vi farà liberi” (Gv. VIII, 31)

 Possiamo lasciare la conclusione di questa analisi sulla conversione e sulla testimonianza cristiana di Maritain a Paolo VI che il 28 aprile 1973, il giorno stesso della morte del filosofo invia alla comunità dei Piccoli Fratelli questo telegramma. “Emozionato per la notizia della chiamata a Dio  di Jacques Maritain, che resterà per tutti un filosofo di alto valore, un cristiano dalla fede esemplare e per Noi stessi un amico, particolarmente caro dal tempo della sua missione presso la Santa Sede, Noi inviamo alla Famiglia religiosa nella quale ha voluto terminare sui giorni nella contemplazione e nella preghiera, l’espressione della nostra simpatia addolorata e il conforto della Nostra Benedizione Apostolica. Paolo VI”[80] Il giorno dopo in piazza san Pietro al “Regina Caeli” annuncia la sua morte ai fedeli con queste parole “ Maritain, morto ieri a Tolosa è davvero un grande pensatore dei nostri giorni, maestro nell’arte di pensare, di vivere e di pregare. Muore solo e povero, associato ai “Petits Frères” di Padre Foucauld. La sua voce, la sua figura resteranno nella tradizione del pensiero filosofico, e della meditazione cattolica. Non dimentichiamo la sua apparizione in questa piazza, alla chiusura del Concilio, per salutare gli uomini della cultura nel nome di Cristo maestro”[81]

            Troviamo la conferma in una delle ultime lettere a Merton “Il “Paysan de la Garonne” è un best-seller (sono state messe in vendita 25.000 copie) Voi sapete che la cosa dapprima mi ha inquietato e sconcertato, ora ne gioisco perché vi vedo la mano di Raïssa e i segreti nascosti  del cielo, perché non è spiegabile che per un numero di anime confuse e frustate, più grande di quanto si pensi, il semplice grido di un povero contadino sia saufficiente a confortarle un poco” (24 dicembre 1966)

 



[1] Cfr. R. Maritain, I grandi amici, Vita e Pensiero, Milano 1991, Racconto della mia conversione  in R. Maritain ,Senza Dimora, Leonardo Mondadori, Milano 1999; J. Maritain, Il diario di Raissa, Morcelliana, Brescia 2000 e Ricordi e appunti, Morcelliana, Brescia 1981

[2] Cfr. i saggi monografici pubblicati su “Il Cairoli” , annuario del Liceo Classico di Varese da P. Viotto, I Maritain e la letteratura,, n. 15, 2001,  pp.111-128; I Maritain e le arti figurative,, n. 16, 2002,  pp.18-36; I Maritain e la musica, n. 17, 2003,  pp.23-43; I Maritain e la filosofia,, n. 18, 2004,  pp. 49-73; I Maritain e la politica del XX secolo,, n. 19, 2005,  pp.23-57

[3] Per i testi dei Maritain si fa riferimento alle  Opere Complete, indicando il volume e la pagina: Jacques et Raissa Maritain Oeuvres Complètes, Editions Universitaires Fribourg, Editions Saint-Paul, Paris 1986-2002, voll. 17. Per le corrispondenze si indica nel testo la data della lettera, e si rimanda ai volumi o ai fascicoli dei“Cahiers Jacques Maritain” (CHJM) dove sono state pubblicate, come indicato nelle bibliografie  in P. Viotto, Dizionario delle opere di Jacques Maritain, Città Nuova 2003 e P. Viotto, Dizionario delle opere di Raissa Maritain, Città Nuova 2005. In quest’ultimo Dizionario si possono trovare anche biografie  dei diversi filosofi, teologi, letterati, politici citati

[4] J. Green, Pourquoi suis-je moi? Journal 1993-1996, Fayard; Paris 1996, p. 111; Cfr. anche J. Green - J. Maritain, Une grande amitié. Correspondance 1926-1972, Gallimard, Paris 1982

[5] J. Maritain, Ricordi e appunti, Morcelliana,  Brescia 1976

[6] Cfr. P. Viotto, Il pluralismo come metodologia politica in  Jacques Maritain, in AA.VV, Pluralismo contro relativismo , Ares, Milano 2004, pp. 132-16l

[7] J. Maritain, Il diario di Raissa, Morcelliana, Brescia 2000, nuova edizione integrata.

[8] Per uno studio biografico si consulti . J.L. Barré, Da intellettuali anarchici a testimoni di Dio,  Edizion Paoline, Milano, 2000;  Nora Possenti Ghiglia, I tre Maritain, Ancora, Milano 2000

[9] Sui rapporti tra Maritain e l’Action Française, sulla sua collaborazione alla “Revue Universelle” si è scritto molto, ma bisogna ancora fare degli approfondimenti. Jacques mai aderì al movimento, si trovò coinvolto  a causa dell’amicizia con Henri Massis e i consigli di padre Clerissac. La sua era una preoccupazione intellettuale , voleva diffondere il tomismo in campo laico, e religiosa ,sperava di convertire Charles Maurras. Prese nettamenge le distanze con il volume Primato dello Spirituale (1927), aiutò Pio XI a convincere i cattolici francesi ad abbandonare il movimento con diversi scritti, tra cui Clairvoyance de Rome (1919)

[10] R. Maritain, Racconto della mia conversione  in R. Maritain ,Senza Dimora, Leonardo Mondadori, Milano 1999, p.5

[11] Il periodico illustrato per ragazzi Jean Pierre fondato da Robert Debré e da Jeanne Maritain, sorella diJacques, fu pubblicato dal 1900 al  1904

[12] J. Maritain,Lettres à Angèle Baron in CHJM n. 29, pp. 44-54

[13] Testo citato in Notes nouvelles sur Psichari CHJM n. 13, p. 37

[14] Cfr. L. Mercier, J. Maritain avant J. Maritain,: un engagement dans le siècle in CHJM n.13, pp. 79-26.

[15] J. Maritain, Umanesimo integrale, Borla Roma 1998

[16] Maritain precisa “Uso qui la parola fede come Péguy usava la parola mistica in un senso diminuito, più indeterminato dell’accezione comune, e per designare ogni convinzione soltanto umana, qualunque sia il valoe dei suoi fondamenti presso gli uni o presso gli altri, in cui non solo l’intelligebnza ma anche il cuore è decisamente impegnato” (IX, 607)

[17] J. Maritain, Le possibilità di cooperazione in un mondo diviso  in Il filosofo nella società, Morcelliana, Brescia 1976

[18] J. Maritain, L’uomo e lo Stato, Marietti, Genova 2003

[19] J.Maritain, La philosophie bergsonienne, Rivière, Paris 1913, pp. 447

[20] Cfr. Belley Pierre-Antoine, Connaître par le cœur. La connaissance par connaturalité dans les œuvres de J. M., Téqui, Paris 2005,

[21] Bloy Léon, Journal  1892-1917,  Bouquins, Paris  1999. volumi 2

[22] Ivi vol. 1 p. 603

[23] Ivi vol. 1 p. 622

[24] Pieter van deer Meer, Tutto è amore, Paoline, Milano 1974, p. 74

[25] Cfr. P. Viotto, Maria nella vita di Raissa e Jecques Maritain, in “Humanitas” XLIII, n.3, pp.358-377; R. Mougel, Les Maritain et la Salette in CHJM  n.53, pp. 53-71; Bibliografia in CHJM  n.48, pp. 81-82.

[26] Testo pubblicato sul quotidiano “La Croix” il 12 gennaio 1916.

[27] J. Maritain, Ricordi e appunti, Morcelliana, Brescia 1967

[28] J. Maritain, La Chiesa del Cristo, Morcelliana, Brescia 1971

[29] Éveline Garnier,  Souvenirs sur mon oncle, in CHJM n. 2,  pp.9-20

[30] Cfr. R. Maritain, Poesie, Massimo-Jaca Book, Milano 1990 ( a cura di G.Galeazzi) pp.288

[31] René Mougel A propos du mariage des Maritan  in “Cahiers Jacques Maritain” n. 22, gugno 1991, pp.5-44

[32] Traduzione italiana in   Approches sans entraves, scritti di filosofia cristiana, Città Nuova, Roma vol. I 1977, pp. 201-244                                                                                 

[33]Cattaui De Menasce, Jacques Maritain, CHJM n. 4-5, p.57

[34] Pieter van deer Meer, Tutto è amore, ed.cit, p. 60-61

[35] J. Maritain, La filosofia della natura, Morcelliana, Brescia 1974; cfr P. Viotto, “voce” Jacques Maritain in Dizionario interdisciplinare di Scienza e Fede;,Urbaniana University Press- Città Nuova, Roma 2002, vol. 2, pp. 1939-1951

[36] J. Maritain, Il Dottore Angelico, Cantagalli Siena 2006, testo tradotto da Carlo Bo nel 1935 per la rivista “Vita cristiana” dei padri domenicani del Convento di san Marco di Firenze, pubblicato in volume nelle edizioni Cantagalli l’anno seguente

[37] Cfr. M. Grosso, Alla ricerca della verità: la filosofia cristiana in É. Gilson e J. Maritain, Città Nuova, Roma 2006

[38] Cfr.      Laudouse              André, Domenicain français et Action française,  Maurras au couvent, Les Editions Ouvrières, Paris 1998;  Philippe Chenaux, Entre Maurras e Maritain, Cerf, Paris  1999; Prévotat Jacques, Les catholiques et l’Action française. Histoire d’une condamnation 1899-1939, Fayrad, Paris 2001;

[39] Si veda corrispondenza con P. Villard in J. Maritain Ricordi e Appunti, Morcelliana, Brescia 1988, pp.149-194

[40] Fr. Lefèvre, Une heure avec J. Maritain e H. Massis in “Les Nouvelles Littéraires” II, n. 52, 13 ottobre 1923 ,pp. 1-2

[41] J. Maritain, Une opinion sur Charles Maurras, et les devoirs des catholiques Plon, Paris 1926, pp. 4O  (OC. III 749+780)

[42] J. Maritain, Primauté du spirituel, Plon, Paris 1927, pp. 315 (OC. III 783-988)

[43] J. Maritain, Journal de voyage pour Raissa (4-8 septembre 1927):in CHJM n.46 pp. 37-59

[44] AA.VV. Clairvoyance de Rome, Spes, Paris 1929 (OC.III 1025-1191)

[45] J. Maritain, Lettre sur l'indépendance Desclée de Brouwer, Paris 1935 pp. 66 (VI 253+288);tr.it. Lettera sull’indipendenza in Scritti e manifesti politici, 1933-1939, a cura G. Campanini, Morcelliana, Brescia 1978, pp. 45-73

[46] P. Claudel, Attendez que l’ivraie ait mûri  in “Le Figarò Littéraire” 24 giugno 1939)

[47] F. Mauriac, Notre Claudel in “Temps Présent “7 luglio 1939 “Claudel è dei nostri, colui che ama, che soffre, che parla in faccia a Dio, che lavora perché il suo regno arrivi, e sa che é lì il compito del Poeta, la cui musa si chiama Grazia”

[48] F. Mauriac,  Le coupe de Pouce  in “Temps Présent “7 luglio 1939

[49] Cfr il testo completo in CJM vol.II, p. 850

[50] Menvielle Jules (1905-1973) Sacerdote argentino, antisemita,, animatore di gruppi giovanili. Bibl. Concezione cattolica della politica (1932), Concezione cattolica della economia (1936), La cristianità. Appunti per una filosofia della storia (1940) Il comunismo e la rivoluzione anticristiana (1961)

[51] Meinvielle Jules, Da Lammenais a Maritain, Ediciones Neutro Tiempo, Buenos Ares 1945 pp. 400; volume in seguito tradotto in francese, La Cité Catholique Paris 1956, ed in italiano, Sacra Frateritas Aurigarum in urbe, Rolma 1991 da gruppi di cattolici integralisti

[52] Maritain viene a conoscenza della pubblicazione della corrispondenza intercorsa; c’è un scambio di lettere durissimo.”Ho detto nelle mie lettere a Meinvielle che voi non siete caduto nell’errore fondamentale di Lammenais, errore che ha reso il suo liberalismo molto più grave di quello di Montalembert. Ho cercato, davanti a Dio, di osservare ciò che esigono la giustizia e la carità. Ho pesato tutte l mie parole ed ho rifatto più volte la mia lettera” (18 aprile 1948) Risponde Maritain “Quanto a Montalembert mi piacerebbe che voi non attribuiste  a me ciò che ha potuto dire un altro autore, al quale non ho dedicato l’ombra di un pensiero, e che, per quelle che so, non era un filosofo, ed era impegnato  in dibattiti che non sono i miei......” (12 maggio 1948)

[53] J. Meinvielle, Correspondance avec Garrigou Lagrange à propos de Lamennais et de Maritain, Ed. Nuestro Tiempo, Buenos Aires 1946

[54] Cfr. Lettere del 12 e 18 dicembre 1946 pubblicate in OC. IX, 1102-1117. Si veda anche J. Maritain, Raisons et raison, Egloff, Paris 1948, (IX 239-438), che nella tr. Ragione e ragioni, Vita e Pensiero, Milano 1982 conserva il testo Ad alcuni miei contraddittori (1943-1946) pp. 202-224, non riportato nelle OC.,nel quale il filosofo risponde a Meinvielle e ad altri oppositori.

[55] Nel 1948 pubblica un volume di 4OO pagine Critica della concezione della persona umana secondo Maritain

[56] Messineo Antonio (1897-1978) Gesuita siciliano, nel 1931 entra nel gruppo redazionale della rivista “La Civiltà Cattolica”, e per oltre quaranta anni collabora con articoli, almeno seicento, e numerose recensioni. Per un certo periodo ne diventa direttore. Si occupa soprattutto di filosofia politica e di diritto, ispirandosi alle teorie di Taparelli d’Azeglio, da lui definito “il martello delle concezioni liberali”. Durante il regime fascista conserva la sua indipendenza, nel 1936 critica l’invasione italiana dell’Etiopia e condanna tutti i totalitarismi, nel 1938 scrive una serie di articolo contro il razzismo.. Durate la campagna elettorale del 1948 sostiene, anche se in modo critico la linea di De Gasperi, osteggiando sia le sinistre che l’asse di destra formano da  MSI, Uomo Qualunque e alcuni democratico cristiani. Dal 1959 fa parte del Comitato scientifico della Istituto Sturzo, dove tiene anche corsi di formazione. Bibl. La nazione (1944), Il diritto internazionale nella dottrina cattolica (1944), Monismo sociale e persona umana (1945), Gli aiuti ai popoli in via di sviluppo (1963)

[57] A. Messineo, Soggettivismo e libertà religiosa  in “La Civiltà Cattolica” del 1 luglio 1950

[58] A. Messineo, Stato laico e laicizzante in “La Civiltà Cattolica” del 19 gennaio 1952, Laicismo politico e dottrina cattolica in “La Civiltà Cattolica” del 5 aprile 1952, Cfr. anche recensione di “ L’uomo e lo Stato  “ in “La Civiltà Cattolica” del 13 marzo 1954 pp. 663-669. Agostino Gemelli fa rispondere  da Guido Aceti, su “Vita e Pensiero” aprile 1954

[59] A. Ottaviani, Doveri dello Stato cattolico verso la religione, Libreria del Pontificio Ateneo,  Lateranense 1953, pp. 23. In America il gesuita John Murrey, che Maritain stima molto, critica le posizioni del card. Ottaviani nell’articolo  Leo XIII: Separation of Church and State nella rivista “Theological Studies”, giugno 1953

[60] Documento pubblicato negli annessi in  CCJ. IV, 809-881

[61] Cfr. J.M.Durand, La grande attaque de 1956  CJM  30,. 2-31

[62] A. Messineo, L’umanesimo integrale  in “La Civiltà Cattolica” del 1 settembre 1956 pp. 449-463

[63] Ad esempio ll “Movimento Internazionale degli Intellettuali Cattolici”, di cui è segretario Ramon Sugranyes, si sente direttamente coinvolto e stila un comunicato nel quale si legge “I dirigenti del M.I.I.C. protestano contro questo modo odioso di sfigurare un pensiero che ha ottenuto l’approvazione unanime dell’Assemblea costituente del Movimento”. Documento pubblicato negli annessi in  CCJ. IV, 882-884. Sulla rivista dei Gesuiti francesi “Études” padre Michel Riquet scrive un lungo testo sui Maritain ricordando il cinquantenario del loro battesimo (dicembre 1956, pp. 354-367). Jame Castillo Velasco a Santiago del Cile sulla rivista “Politica y Espiritu” scrive El humanismo integral y la critica del r.p. Messineo  (n.171 pp. 9-17 e n. 172 pp. 8-915) Nel 1956 a Parigi il “Centre catholique des intellectuels catholiques” organizza una giornata di studio e pubblica gli atti nella rivista “Recherches et débats” n.l9. Questo fascicolo viene subito tradotto in Italia: AA.VV. Jacques Maritain, Edizioni Cinque Lune, Roma 1958, pp. .320

[64] Maritain in una lettera ringrazia l’amico “L’articolo che voi avete scritto per difendermi è ammirevole e mi tocca profondamente. Vedendo la luce che zampilla da queste pagine  si comprende come il povero Messineo polverizzato è stato uno strumento involontario della Provvidenza” (28 ottobre 1956)

[65] Boyer Charles (1884-1980) Gesuita francese, insegnante di filosofia alla Gregoriana, segretario della “Pontificia Accademia di san Tommaso” dirige la rivista “Doctor Communis”. Bibl. Cristianesimo e neoplatonismo nella formazione di sant’ Agostino (1920), L’idea di verità nella filosofia di sant’ Agostino (1920), Il concetto di storia nell’idealismo e nel tomismo (1935), Sant’ Agostino  filosofo (1963),

[66] Gutierrez Gustavo (1928 vivente) Domenicano, dopo avere studiato medicina e letteratura in Perù, viene in Europa dove studia filosofia, torna in America dove promuove il movimento delle comunità di base. Bibl.  Teologia de la  liberazione: Perspectivas, Editorial Universitaria, Lima 1971

[67] Lima Amoroso Alceu (1895-1983) Professore di filsofia, giurista, critico letterario, si converte al cattolicesimo nel  1928, dirige la rivista “A Ordem” dal 1928 al 1968. Presidente dell’Aziona Cattolica brasiliana nel 1935. Traduce in portoghese diversi libri di Maritain. Pubblica nella collana “Questions Disputées” diretta da Maritain e Journet  Frammenti di sociologia cristiana (1934). Bibl. Témoignage  in CJM. 43, 64-70

[68] Cfr. Olivier Compagnon, J. Maritain et l’Amérique du Sud. Le modèle malgré lui, Presse Universitaires du Septentrion, Villenueve d’Ascq 2003.

[69] Frei Eduardo (1911-1982) Uomo politico cileno, Presidente della Repubblica.  Bibl. Pensamiento y acción, Pacifico, Santiago 1958 (Un intero capitolo è dedicato a Maritain) ; Memorias 1911-1934 y correspondencias con Gariela Mistral y J. Maritain, Planeta, Espejo de Chile 1989 Cfr. Pierre Letamendia, Eduardo Frei e Maritain in AA.VV. J. Maritain et ses contemporaines, Desclée, Parisd 1991, pp. 363-380

[70] E. Frei, Memorias 1911-1934  ed.cit. p. 53

[71]J. Maritain, Carissimo Giovanni Lettere a don G.Stecco, La Locusta, Vicenza 1982

[72] R. e J. Maritain De La vie d’oraison  pubblicato come opuscolo a Saint-Maurice d’Agaune (Svizzera) 1922 (XIV 15+81

[73] J. Maritain, Religion et culture, Desclée de Brouwer, Paris 1930 pp 115  (IV 193+255)

[74] J. Maritain, La seul révolution sociale vraiment radicale: Une société sans argent (XVI 113-1152)

[75] Cfr. Jacques Maritain dans le journal de Paule Manuel in CHJM.  44, pp.2-43 gli appunti pubblicati coprono il perodo 4 gennaio 1964 - 28 novembre 1967

[76] Ivi p. 17

[77] R. Maritain, Poèmes et essais, Desclée de Brouwer, Paris 1968

[78] J. Maritain, Della grazia e della umanità di Gesù, Morcelliansa, Brescia 1971; La Chiesa del Cristo. La persona della Chiesa e il suo personale, Morcelliana, Brescia 1971

[79] J. Maritain, Il contadino della Garonna, Morcelliana, Brescia 1966

[80] Archivi Maritain,  Kolbsheim

[81] Insegnamenti di Paolo VI, Tipografia Polglotta Vaticana vol. XI, pp. 381-382

 
BIBLIOGRAFÍA (SI LA HAY)