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La verità radice della conversione e della testimonianza |
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| ÍNDICE (SI LO HAY) | |||
| RESUMEN (SI LO HAY) | |||
| La
ricerca sulla conversione di Raïssa (1883-1960) e Jacques Maritain (1982-1973)
si sviluppa attraverso l’analisi dei loro scritti autobiografici[1]
e la loro corrispondenza[2]
con teologi e filosofi, con poeti e romanzieri, con artisti e musicisti,
considerando la genesi e la motivazione della loro decisione e sulla loro
coerente testimonianza cristiana in Europa ed in America.[3] E’ bene partire dal profilo dei due protagonisti.
Julien Green scrive di Raïssa ““era sapiente da fare paura, ma di una modestia
di cui si rivestiva come un’armatura, e si finiva per scoprire una sorta di
assenza più discorsiva del più erudito conversare. Il suo silenzio conosceva
tutte le risposte. Per quanto riguarda l’aspetto fisico, era sufficiente un
colpo d’occhio: Raissa non teneva per nulla ad alcuna pretesa di civetteria
femminile. Il suo viso serio si illuminava di un sorriso indulgente, quando era
necessario.[4] Jacques nel
suo Jourbal[5]
stende un profilo autobiografico “Chi sono io dunque? Un professore, non lo
credo; ho insegnato per necessità. Uno scrittore? Forse. Un filosofo? Lo spero.
Ma anche una specie di romantico della giustizia troppo pronto ad immaginarsi,
ad ogni combattimento, che tra gli uomini sorgerà senz’altro il giorno della
giustizia come della verità. Forse sono anche una specie di rabdomante con
l’orecchio incollato alla terra, per captare il mormorio delle sorgenti
nascoste, l’impercettibile fruscio delle germinazioni invisibili. E, forse,
come qualsiasi cristiano, nonostante le paralizzanti miserie e debolezze e
tutte le grazie tradite di cui prendo consapevolezza alla sera della vita, sono
anche un mendicante del cielo, travestito da uomo del nostro secolo, una specie
di agente segreto del Re dei Re nei territori
del Principe di questo mondo, un agente segreto che si assume i propri
rischi a somiglianza del gatto di Kipling girovagante tutto solo”. ( XIII, 130)
Il giudizio di Raïssa su Jacques “un prato di mughetti sotto cui scorre un
fiume di petrolio” può aiutarci a comprendere come un filosofo “duro di testa
ma dolce di cuore” possa relazionarsi con tutti, rispettando la libertà di coscienza
di ciascuno, ma testimoniando sempre la verità.[6]
Raïssa ha condiviso con Jacques tutte le battaglie culturali e politiche, è
stata sempre in prima linea non solo con la preghiera e la sofferenza, ma con
una diretta partecipazione intellettuale. Nella introduzione al Diario di Raïssa,[7]
da lui pazientemente ricostruito dopo la sua morte Jacques scrive “A dominare
tutto il resto c’era poi la sua preoccupazione per il mio lavoro di filosofo, e
per la specie di perfezione che ne aspettava. A questo lavoro Raissa ha
sacrificato tutto. Nonostante tutte le pene, morali e fisiche, e, in alcuni
momenti, una quasi completa mancanza di forze, è riuscita, perché la
collaborazione che le avevo sempre domandata, -- di rileggere sul manoscritto
tutto quello che ho scritto e
pubblicato, sia in francese, sia
in inglese --, era per lei un dovere sacro,.” (. XV, 163) Ma bisogna aggiungere
anche Vera Oumancoff, sorella di Raïssa, che ricevette con loro il battesimo e
fu con loro tutta la vita tanto da formare insieme una piccola comunità, dedita
allo studio e alla preghiera, come Jacques scrive a Thomas Merton dopo la morte
della cognata: ”Grazie della vostra
lettera e del ricordo di noi tre nella santa Messa. Vera, Raissa e io eravamo
un indivisibile piccolo gregge. Noi non siamo separati da lei, ma una piccola
parte di noi di colpo è diventata
invisibile, trasportata nella luce eterna; e non siamo completamente
smantellati. Noi siamo molto uniti nella preghiera. Se la
solitudine ci ha scelto è perché Cristo ci ha preso come compagni” (18
febbraio 1960)[8] Bisogna
poi considerare il fatto che si tratta di seguire nei dettagli gli sviluppi di
questa conversione, nel suo triplice aspetto politico, dall’Action Française[9]
alla democrazia sociale, filosofico, dal bergsonismo al tomismo, religioso
dall’ateismo al cattolicesimo, e la testimonianza che Jacques e Raissa Maritain
diedero nei diversi campi della ricerca filosofica e dell’azione sociale, non
senza suscitare polemiche ed incomprensioni. Si tratterebbe di esplorare gli anni
di Meudon (1922-1939), l’esilio in America (1940-1944), il soggiorno romano
(1945-1948), gli anni di Princeton (1949-1959), il ritiro a Tolosa dopo la
morte di Raissa (1961-1973). 2) La genesi della conversione religiosa:
Péguy, Bergson, Bloy Raïssa e Jacques erano diventati atei e anarchici,
frequentavano le Università popolari, si erano sposati civilmente. E’ Raïssa
stessa a narrare le vicende della conversione prima, in un testo di poche
pagine nel 1909 Il racconto della mia
conversione,[10] poi nei due
volumi della sua autobiografia Le grandi
amicizie, pubblicati a New York nel 1941 e nel 1944, ed infine negli
rintracciati da Jacques dopo la sua morte, il Diario di Raissa. “Verso
l’età di dodici anni, riflettendo sul male e sul dolore, mi domandai come un
Dio onnipotente e buono potesse permetterne l’esistenza, e, abbandonata alle
mie sole forze, ho risolto il problema cessando di credere. La vita mi
apparve allora assolutamente vuota e
triste, ma persuasa che essa avesse un senso non cessai di cercarlo (. XV, 827)
E proprio in questo bisogno di verità che germina in lei la conversione, prima
filosofica, poi religiosa, tanto che aggiunge “Questo desiderio era in se
stesso una gioia e una forza; questa verità sconosciuta io la credevo la sola
cosa degna di essere unicamente amata,
unicamente ricercata, come verità, come fondamento del bene, come sorgente di felicità perfetta. Io ero
atea; piuttosto ero giovane, credevo a ciò che si diceva intorno a me, che
l’ignoranza, il fanatismo stessero dalla parte della religione, che la ragione
stesse dalla parte della scienza“ ( XV, 827) Raissa che aveva ottenuto un anno
prima il diploma di insegnante
elementare nel 1898, si era iscritta ai corsi di scienze della Sorbona, e frequentava gruppi di giovani anarchici
russi, emigrati a Parigi infervorati da spirito rivoluzionario, esclama
“Diciassette anni! Soltanto diciassette anni e già le più profonde esigenze
dello spirito alzano la loro voce‘( XIV, 659) Molti
anni più tardi Jacques troverà questo appunto tra le carte di Raissa “Dio, per
noi è prima di tutto la Verità e poi l’Amore; perché se non fosse prima di
tutto la Verità sarebbe un amore qualsiasi. Ma è soltanto quell’amore che forma una
cosa sola con la verità sovrana ed è eternamente vivente” . ( XV, 297) Troverà
anche un breve scritto, L’amore e la
legge nel quale Raissa, constatato che la sofferenza è una conseguenza
della colpa e che Cristo è morto in croce per i nostri peccati, osserva “Questa
legge della trasmutazione delle nature, che comprende in se tutte le leggi
morali e divine, è qualche cosa di
necessario, di fisico, di ontologico, se si vuole. Dio stesso non può abolirla,
come non può produrre l’assurdo” ( XV, 494). La legge è giusta. La legge è necessaria.
Ma la legge non è Dio. Dio è Amore. “Il volto della legge e del suo rigore, il
volto del dolore e della morte, non è il volto di Dio. Dio è Amore”. Quando l’uomo patisce questa
legge, Dio, che non può rimuoverla, è vicino a lui, patisce con lui: “Dio è con
questa natura che Egli ha fatto e che soffre. Se potesse trasformare questa
natura nella Sua abolendo la legge della sofferenza e della morte, Egli
l’abolirebbe, perché Egli non si compiace dello spettacolo della sofferenza e
della morte. Ma Egli non può abolire nessuna legge inscritta nell’essere”. (
XV, 494) Queste considerazioni, filosofiche e teologiche, elaborate dopo
lunghi anni di riflessioni e di preghiere
sono la risposta agli interrogativi che Raissa si poneva nella sua
giovinezza inquieta, ma torniamo ad analizzare la genesi della conversione dei
due giovani. Raïssa racconta il suo incontro con Jacques. "Un giorno
uscivo melanconica, e vidi venire verso di me un giovanotto dal viso buono con abbondanti capelli biondi e la barba
leggera, con l'andatura un poco curva. Si presentò, mi disse che stava formando
un comitato di studenti per suscitare un movimento di protesta fra gli
scrittori e gli universitari francesi contro il cattivo trattamento di cui gli
studenti socialisti russi erano vittime nei loro paesi". ( XIV, 661) Raissa
aderisce al comitato, va in giro a raccogliere firme. "Per la prima volta
potevo veramente parlare di me, uscire dalle miei riflessioni silenziose per
comunicarle, per dire i miei tormenti. Per la prima volta incontravo qualcuno
che mi ispirava di colpo una confidenza assoluta, qualcuno che, lo sapevo già
allora, non mi avrebbe mai delusa, qualcuno con cui su tutte le cose, potevo
intendermi. Un altro Qualcuno aveva prestabilito fra noi, malgrado grandi
differenze di temperamento e di origine, una sovrana armonia".(OC. XIV,
663) L’incontro di Jacques e Raissa non nasce solo dal sentimento sbocciato nel
cuore di due giovani, ma è subito un programma di vita: “Non esisteva niente
all’infuori di ciò che dovevamo dirci: bisognava ripensare insieme l’universo
intero, il senso della vita, la sorte degli uomini, la giustizia e
l’ingiustizia della società. Bisognava leggere i poeti ed i romanzieri
contemporanei, frequentare i concerti e visitare i musei....il tempo passava in
fretta, non potevamo sprecarlo nelle banalità della vita” (OC. 662) Ma
questo giovane affascinante trascina la sua fidanzata nelle riunioni delle
Università popolari, la convince a tradurre dal russo racconti da pubblicare
nel periodico socialista per ragazzi Jean-Pierre,
la coinvolge nei suoi progetti rivoluzionari.[11] Jacques,
pur cresciuto in una famiglia borghese,
era stato attratto fin da piccolo dal
socialismo, tanto che negli appunti biografici si
può leggere “Baton era uno sterratore, che presso di me godeva di tutto il
prestigio dei lavoratori manuali, proletario
cosciente ed organizzato; ed è conversando con lui, nella cucina, dove
veniva con il suo giornale La Petite
République e dove mi rifugiavo per sfuggire gli amici di mia madre, che
verso i 13 o 14 anni sono diventato socialista” ( XII, 135) La formazione
politica, ma anche intellettuale, di Jacques è stata fortemente condizionata da
Baton e da sua moglie Angela come risulta anche da alcune lettere .
In una lettera del 1898 a
Francesco Baton si legge “Io
sarò e vivrò per la
rivoluzione.......Ci sono dei momenti in
cui mi chiedo se io ho il diritto di essere socialista e di gioire, di
conseguenza, per la felice speranza socialista, io che godo nel medesimo tempo
dei privilegi borghesi, mentre la gioia socialista e la speranza rivoluzionaria
dovrebbero essere riservate ai soli lavoratori oppressi, a coloro che soffrono,
a coloro che costituiscono la vera umanità.... Sono ben deciso a consacrare quel che sarò capace di pensare e di
sapere al proletariato e all'umanità: impiegherò tutte intere le mie forze a
preparare la rivoluzione, contribuendo, sia pure in minima parte, alla felicità
e all'educazione dell'umanità” (
XII, 137). Jacques in una lunga lettera del settembre 1899 alla cuoca Angela
Baton manifesta i suoi sentimenti antiborghesi e anticlericali con giovanile
baldanza: “O borghesia immonda, devota,
in regola con Dio, con le sue formule ipocrite, che ha perduto la stessa
grandezza della fede religiosa e dell’entusiasmo cristiano. Si può essere
religiosi senza credere in Dio. Io
dico, io affermo, io proclamo che non c’é religione più profonda, più sincera,
più emozionante dell’ateismo. Dobbiamo distinguere tra credenza in una
religione e comprensione religiosa dell’universo, voglio dire il rispetto
davanti al mistero delle cose e della vita, l’emozione mistica di ascoltare il
canto degli esseri e della natura....Io ritengo che tutti, o quasi tutti, gli
adepti di una religione, di un culto qualunque, non possano avere, non hanno
questo senso religioso”[12] C’é un periodo, dal 1896
al 1905, in cui Jacques non solo è animato da questi sentimenti “per la Giustizia, la Verità, la Rivoluzione”
(lettera A. Baron del 28 agosto 1899)
ma partecipa attivamente alle attività culturali e politiche dei
socialisti, tiene conferenze alla “Société d’Aide mutuelle” e nelle “Università
popolari”, aderisce alla “Unione démocratique pour l’Éducation sociale”. Bisognerebbe esplorare le lettere, quasi
duecento, che Jacques ha scambiato con Ernest Psichari suo compagno di scuola al Liceo Henri IV e delle lotte a favore di Dreyfus. In una conferenza tenuta a New York
nel 1941 per ricordare Psichari Maritain ebbe a dire “facevamo insieme campagna
per la causa del capitano ebreo ingiustamente condannato percorrendo il
boulevard saint Michel con cortei di studenti, gridando forte, chiamando gli
agenti di polizia assassini arruolati,
andando per i corridoi della Sorbona a fare baccano per impedire ai professori
antidreyfusardi di fare lezione”[13] Secondo Lucien Mercier, che ha studiato la
corrispondenza tra Maritain e Psichari[14],
tre sono le connotazioni del comportamento di Jacques, la critica alla
borghesia, un laicismo virulento; e un femminismo di avanguardia. Bastano alcun
frammenti di queste lettere per constatare la violenza verbale del giovane: a
proposito della rivoluzione socialista “rimango persuaso che essa sarà
impossibile senza ghigliottinare un buon numero di borghesi”; a proposito della
religione “Il cristianesimo è la più grande calamità che sia colata sul mondo”,
“ho come te un sorta di religione del progresso umano”; Solo sul femminismo i
due giovani si dividevano, perché Psichari riteneva la donna inferiore
all’uomo. In una lettera gli scrive “E’ impossibile essere socialisti con
questa concezione ignobile della donna, perché il socialismo da un punto di
vista razionale è giustificato da questo fatto, che è uno sforzo verso una
umanità cosciente ed ugualitaria, nella quale non ci saranno ne uomini
macchine, ne uomini schiavi, ne donne oggetto, ma solo delle persone, soltanto
delle persone....Non comprendo perché non provi qualche vergogna a pensare come
gli idioti nazionalisti, i pittori di Montmartre, gli studenti vitaioli, la
maggioranza dei giovani borghesi e i Padri della Chiesa” In Maritain socialista libertario
non c’era presunzione, c’era una sorta di ingenuità, che a cominciare dal 1902
incomincia ad accompagnarsi con una
certa inquietudine, ma c’era anche consapevolezza che la liberazione dei proletari non avrebbe potuto realizzarsi
attraverso la benevolenza e la carità della borghesia, tanto che ad un certo
momento prende anche le distanze dalle Università popolari, dove il buonismo
borghese continuava a regnare, e passa a fare il segretario della Tribune russe, un bimensile del
“Movimento socialista rivoluzionario” diretto da Roubanovitch, che aveva
incontrato nei laboratori della Facoltà di scienze. In questo periodico nel
1905 pubblica un articolo su Tolstoi ( XV 674-681) che stima molto e sui cui
scritti va facendo delle conversazioni ai malati negli ospedali di Parigi per dare
loro un momento di ricreazione e di sollievo. Jacques non ha
recuperato molto dagli insieme degli appunti che aveva steso in quel periodo
per il suo Journal, ma alcuni
pensieri riportati ci aiutano a comprendere che oramai in lui l’attività
politica non poteva più essere la ragione della sua vita. Trascrivo qualche testi significati degli anni
1901-1902. “Da un certo punto di vista, la vita mi sembra un perpetuo e
sconcertante salto nel caso.” ( XII,
141) “E poi il vuoto e l’ignoranza sempre. La verità oggettiva sfugge, come la
bellezza oggettiva. Il dubbio, il dubbio autentico dello stesso dubitare. La
ragione gira su se stessa: macinino da caffè che macina a vuoto” ( XII, 144) E’ con questo
stato d’animo che Jacques incontra Raissa, e incomincia una avventura
spirituale che li porta dall’anarchia alla contemplazione del mistero di Dio,
ma sempre supportati dal bisogno della verità e dalla speranza nella verità,
che i professori della Sorbona con il loro scetticismo non potevano soddisfare
e garantire. Il momento di svolta si presenta durante una passeggiata all’Orto
botanico, quando i due giovani,
pervasi da “un’ angoscia metafisica, che penetrando alle sorgenti stesse del
desiderio di vivere, è capace di divenire una disperazione totale e di sfociare
nel suicidio" ( XIV, 690), dopo avere a lungo riflettuto sul mistero del
vivere e del soffrire, decidono di fare
ancora credito alla vita nella speranza di potere approdare alla verità:
"se quella esperienza non fosse riuscita, la soluzione sarebbe stata il
suicidio; il suicidio prima che gli anni avessero accumulato la loro polvere,
prima che le nostre giovani forze si fossero consumate. Volevamo morire con un
libero rifiuto, se non era possibile vivere secondo la verità" ( XIV, 693) Raissa è più lucida e più
determinata, Jacques trova una sorta si compensazione nell’impegno politico,
tanto che scrive “Non volevo più saperne di una tale commedia: avrei accettato
una vita dolorosa, non una vita assurda. Jacques aveva pensato più a lungo che valeva ancora la pena di lottare per i poveri; contro la
schiavitù del proletariato, e la sua generosità l’aveva reso più forte. Ma ora
si trovava disperato come me” ( XIV, 692) Jacques
e la sorella con Psichari frequentano
le riunioni alla boutique dei Cahiers de
la Quinzaine di Charles Péguy, situata in via della Sorbona, proprio
davanti alla Università, di cui lo scrittore critica la pedanteria. Jacques
collabora alla redazione della rivista. In questo ambiente dove si respira un
socialismo eroico Raissa incomincia a prendere le distanze dai professori della
Sorbona: "Ascoltandolo io imparavo i segreti di quella Montagna, che da
lontano mi era sembrata un massiccio di scienza e di saggezza, e che da vicino
rivelava le sue crepe e i suoi precipizi" ( XIV, 674). Pèguy, di origine
contadina, sempre alle prese con difficoltà economiche per mantenere la sua
indipendenza di scrittore e di editore, aveva un animo profondamente cristiano,
che manifestava nelle sue opere letterarie, ma non era praticante e diffidava
degli uomini di Chiesa. Anche questo gruppo di amici, esuberanti di entusiasmo
per la rivoluzione socialista, era ancora disorientato sul piano intellettuale
“Péguy non poteva andare d’accordo con i pensatori sistematici, forse in quel
momento non lo sapeva, non sapeva ancora di quale spirito era, da dove veniva,
dove andava. L’ignoravamo tutti allora.Ma quello spirito lo riempiva del desiderio di verità” ( XIV, 676). Vecchio rivoluzionario proudhoniano,
ammiratore di santa Giovanna d’Arco, per la quale aveva scritto un poema (1910)
Péguy era un convinto democratico e aveva capito che il cristianesimo non può
non avere un impatto sulla storia e Jacques fece tesoro di questa lezione,
tanto che più volte nei suoi scritti cita alcuni pensieri come “La rivoluzione
sociale sarà morale o non sara” ( X, 668); “La politica ha bisogno di
raccordarsi con una mistica” (IV, 228); “Quando l’angoscia appare è la
cristianità che ritorna” VI, 473), che
Maritain commenta in Umanesimo integrale
[15]sottolineando
come il Rinascimento e l’età Barocca sono state civiltà decorativamente
cristiane. I Maritain comprendono da Péguy il valore morale di una fede civica, cioè di una fede nei
diritti naturali dell’uomo, nel valore delle leggi civili liberamente pattuite,
fino a parlare di un “credo civile di libertà” e di
“fede democratica secolare“[16]
come fondamento etico della democrazia. Non si tratta di una ideologia,
ma dalla elaborazione di alcuni principi
pratici per la convivenza pacifica tra le persone e tra i popoli Questa riflessione che è alla base del
discorso all’Unesco nel 1947,[17]
e che viene elaborata nel 1951 in L’uomo
e lo Stato [18] era
maturata nelle riunioni con Péguy Ma tornando agli anni della
giovinezza, Péguy salva i due giovani dalla disperazione portandoli ad ascoltare
i corsi di H. Bergson Ricorda Raissa
"Egli insegnava al “College de
France” vicino alla “Sorbona”; non vi era che da attraversare la strada, ma ciò
non era così facile come si sarebbe potuto credere, perché vi era tra le due
istituzioni una montagna di pregiudizi e di diffidenza, soprattutto da parte
dei filosofi della “Sorbona” verso la filosofia di Bergso(. XIV 695) A quel tempo i Maritain avevano già fatto un
bilancio della situazione dei loro studi universitari: "il positivismo pseudo-scientifico, lo
scetticismo, il relativismo facevano violenza all'idea della verità invincibile
di cui parla Pascal e non potevamo resistere se non con la sofferenza a questa demoralizzazione dello spirito" ( XIV 695-696) I Maritain non
sapevano cosa andavano a cercare.: "Questa filosofia della verità,
questa verità, ardentemente cercata,
così invincibilmente creduta, era ancora per noi una specie di Dio sconosciuto;
le riservavamo un altare nel nostro cuore, le riconoscevamo ogni diritto su di
noi, sulla nostra vita. Ma non sapevamo ciò che essa sarebbe stata, per quale
via, con quali mezzi poteva essere raggiunta" ( XIV 697-698) Fu alle
lezioni di Bergson, che i due giovani ebbero la risposta alla loro inquietudine
intellettuale, perché appresero che era
possibile per mezzo della intuizione conoscere
l’Assoluto, avere delle certezze sul senso della vita. Il Bergson che i due giovani
conoscono è il primo Bergson, quello che nel 1907 scrive L’evoluzione creatrice. Quando giunsero alla conversione i Maritain
si accorsero della incompatibilità della filosofia bergsoniana con le
convinzioni della fede cristiana, e a maggiore ragione quando incominciarono a
leggere san Tommaso. Jacques mette a confronto il bergsonismo con il tomismo
nel suo primo libro La philosophie bergsonienne,[19]
che in realtà è un lavoro in comune? Infatti nel Journal annota “Avrei dovuto affiancare il suo nome al mio, mancai
davvero di ogni delicatezza nel non farlo. E Raissa mi avrebbe inoltre distolto
certamente da molte di quelle violenze di linguaggio che ebbi poi a rimpiangere
“ (20 aprile 1910). Ma i Maritain sono comunque convinti, che sotto un bergsonismo di fatto, incompatibile
con la filosofia di san Tommaso, ci sia un
bergsonismo d’intenzione, che salva la spiritualità dell’anima e la
trascendenza di Dio. Scrive Raissa: “Bergson ha definito una dottrina
psicologica della libertà, piuttosto che una dottrina metafisica, questa non
può derivare che da una metafisica dell’intelletto e della volontà, e Bergson
non ha cercato nei suoi lavori una tale metafisica. La sua intuizione
primordiale lo impegnava per altre strade. Ma
sul piano psicologico la
dottrina bergsoniana della libertà non è
incompatibile con le conclusioni metafisiche di Aristotele e di san
Tommaso”. (OC. XIV 704)
Jacques da parte sua, parlando di questi due bergsonismi , precisa che Bergson è lontano dal fare professione di
ateismo, ma la sua filosofia per sbocciare in una teodicea consistente,
dovrebbe rinnovarsi completamente. Bergson
è finito nell’antintellettualismo per
combattere l’orgoglio della intelligenza che pretende di conformare la
realtà a se stessa, anziché adattarsi ad essa. C’è un secondo Bergson, quello che
nel 1932 pubblica Le due sorgenti della
morale e della religione, rivalutando l’esperienza mistica nell’approccio
all’Assoluto. Raissa ricorda di essere andata a trovare il vecchio maestro che
le disse: "Sapete quando vostro marito opponeva alla mia filosofia di fatto la mia filosofia d'intenzione, come contenente alcune
possibilità non sviluppate aveva ragione. Poi abbiamo camminato l'uno verso
l'altro e ci siamo incontrati a mezza strada" . (OC. XIV 1016).[20]
Bergson morì in miseria nel 1941 e Raissa ricorda i suoi ultimi giorni “Era
malato da molto tempo e gli avvenimenti di quest’ultimo terribile anno hanno
finito per staccarlo dalla vita. Uno dei suoi ultimi atti è stato quello di
rifiutare il favore con il quale il
Governo di Vichy avrebbe voluto esentarlo dagli obblighi degradanti ai quali,
sotto la pressione dei nazisti, erano sottoposti gli ebrei francesi. Egli non
accettò questa eccezione, più umiliante della triste legge comune, e abbandonò
la sua cattedra al College de France”. (OC. XIV, 1138) Bergson non si fece battezzare per non separarsi dai suoi
fratelli perseguitati, di cui condivideva la sorte, ma lasciò scritto nel suo
testamento che desiderava che un sacerdote cattolico avesse benedetto, la sua
salma. Non fu un filosofo ma un romanziere,
con la sua radicale testimonianza cristiana, a portare i due sposi alla fede
cattolica: “in quel periodo, era la
primavera del 1905, ci vennero tra le mani i libri di Léon Bloy. Li leggemmo
con avidità. Eravamo messi di colpo in presenza della dottrina cattolica
integrale, illustrata, per così dire dallo spettacolo ammirevole di una vita
molto travagliata, rifiutata, disprezzata e calunniata da tutti, ma fermamente
radicata nella carità divina e amorevolmente abbandonata alla Provvidenza. Léon
Bloy, attraverso le sue conversazioni, e le letture che ci consigliava, ci fece conoscere la dottrina della Chiesa”.
Raissa rimane colpita da questa dottrina, perché “una tale perfezione non può esistere fuori della verità “ e non si
scandalizza del principio della infallibilità
della Chiesa e della necessità della obbedienza:
: “Al contrario il fatto che la Chiesa
affermi la sua infallibilità e la sua giusta autorità e il suo diritto alla mia
obbedienza, era per me una delle prove della sua divina istituzione. Voglio
dire che non avrei potuto crederla Sposa di Gesù Cristo se non avessi trovato
in essa una confidenza perfetta nelle parole del suo Sposo e se l’avessi
trovata così debole da permettermi di agire a modo mio con in comandamenti di
Dio e i suoi precetti”. (OC ) Negli otto volumi del
Journal (1892-1917)[21] Bloy
riporta annotazioni e molte lettere scambiate con i due giovani, attraverso le
quali si può seguire il maturarsi della conversione; Un primo accenno si ha in
data 25 luglio 1905 “Che avvenimento
soprannaturale, che benedizione per noi, questi due amici inviatici il 20
giugno, e che adesso vediamo confondersi amorosamente nella nostra caverna. Il
giovanotto è uno di quegli idealisti che ignorano Dio, ma che si lasciano
trascinare per i capelli o per i piedi sulla scala della luce. La giovane è
un’ebrea russa di proporzioni minute. Mi fa pensare ad un mughetto di bosco che
un raggio di sole troppo forte fa piegare sul suo stelo. In questo essere
affascinante e così fragile c’è un’anima capace di fare genuflettere le querce.
Fin dai primi giorni la sua intelligenza mi ha lasciato di stucco”. Bloy conclude “Cara piccola Samaritana, che avete avuto compassione di questo
viaggiatore trafitto dai colpi, che possiate essere guarita da quell’altro
Viaggiatore, che i vostri antenati hanno crocifisso”. Una
lettera evidenzia come la letteratura sia per lui una sorta di confessione e miri alla conversione delle
anime: “Signori, o signore e signorina
--perché questo nome Raïssa mi stupisce e mi sconcerta-- sappiate che sono
molto commosso della vostra lettera così semplice ed affettuosa. Non mi costa
nulla confessare che i venticinque franchi sono stati benvenuti. Stamattina
sono stato costretto a chiedere in prestito una piccola somma al mio
parrucchiere per il pranzo di mia moglie e dei miei figli. Non vi è tracotanza
nel fatto di sperare in un’amicizia. Se siete anime viventi, come suppongo,
quel vecchio uomo dolorante che sono io vi ama già e sarà contento di vedervi.
Nella lista dei miei libri che dite di avere letto non vedo il “Mendiant ingrat
“ e il “Mon journal.” Ho il piacere di poterveli offrire e la posta ve li
porterà senza dubbio domani mattina. Vi accorgerete che questi due libri
formano con “Quatre ans de captivit锓 una trilogia. E’ il racconto
ininterrotto di dodici anni della mia spaventosa vita. Leggete dunque e ditemi
le vostre impressioni. Non ho quasi altro salario che questo: il suffragio di
alcune persone amate da Dio che vengono a me. Compirò cinquantanove anni fra un
mese e cerco ancora il mio pane, è vero, ma ho ugualmente soccorso, consolato
delle anime, e ciò mi procura un paradiso nel cuore” (21 giugno 1905) Una parte della lettera che riguarda
l’inquietudine religiosa di R., non molto diversa da quella di un’altra ebrea
alle soglie della conversione, Simon Weil, che, qualche anno più tardi in
America, confiderà le sue incertezze a
Jacques[22]
“Ora voglio tentare di rispondere alla
parte più grave della vostra lettera, dove dite “Io non sono cristiana, Non so
che cosa cercare e mi lamento”. Perché continuate a cercare, amica mia, poiché
avete già trovato? Come potreste amare ciò che scrivo, se non pensaste, se non sentiste come me? Voi non solo siete
cristiana, Raïssa, siete cristiana ardente, figlia amatissima del Padre, una
sposa di Gesù Cristo ai piedi della Croce, una serva amorosa della Madre di Dio
nella sua anticamera di Regina dei
mondi. Soltanto voi non sapete, o piuttosto non lo sapevate, ed è per impararlo che voi ci siete stata
mandata.... “. (25 agosto 1905) Bloy scrive a Jacques qualche giorno
dopo: “Voi dite di cercare. O professore di filosofia, o cartesiano, che credete,
assieme a Malebranche, che la verità si cerchi! Credete che lo spirito umano
possa qualcosa. Credete che, con un certo grado di applicazione una persona con
gli occhi neri possa trasformarli in occhi verdi con pagliuzze durate. Alla
fine capirete che si trova soltanto il giorno in cui si rinuncia umilmente a
cercare quello che si aveva sottomano, senza saperlo. Per conto mio dichiaro
che non mai cercato o trovato alcunché, a meno che non si voglia chiamare
ritrovamento il fatto di urtare in una soglia e di trovarsi all’improvviso,
scaraventato bocconi nella Casa luminosa. Il vostro entusiasmo per “La salvezza
viene dagli ebrei” è un miracolo preliminare. Ne seguiranno degli altri” (29 agosto 1905) Poco dopo Bloy scrive “Il
miracolo si è compiuto, Jacques e Raïssa chiedono di ricevere il battesimo!
Grande festa nei nostri cuori. Ancora una volta i miei libri, occasione di
questo miracolo, sono approvati non da un vescovo o da un dottore, ma dallo
Spirito Santo”. (5 aprile 1906) La sera del battesimo lo scrittore annota
“San Barnaba, ore l1 del mattino. Abiura di Jacques, suo battesimo, quello
della sua giovane donna e benedizione nuziale. Battesimo anche di Vera, sorella
di Raissa. Eccomi padrino di queste tre anime amate da Dio, conquistate dai miei
libri, che mi sono state inviate l’anno scorso da san Barnaba, mio protettore.
La loro buona volontà, il loro amoroso candore sono inesprimibili. Jeanne e
Veronica sono state le madrine. Tutto questo nella chiesa parrocchiale dedicata
a san Giovanni Evangelista a quell’ora completamente deserta. E’ una di quelle
giornate che durano la vita eterna”[23]
Da questa testimonianza risulta che Jacques ha fatto abiura dal
protestantesimo, e che i due giovani, dopo il battesimo, hanno celebrato il
matrimonio religioso. La moglie di Bloy è stata madrina per i Maritain e la
figlia, Véronique, madrina per Vera Oumançoff.
Raissa conclude il Racconto della mia conversione con
queste parole : “Noi ricevemmo dunque nella festa di san Barnaba il battesimo,
la fede, la gioia, la pace. Così il sacramento è stato per noi un rimedio efficace, ci ha donato la fede e un
insegnamento sicuro, poichè la sua efficacia è una prova perfetta della verità
della Chiesa. E da allora, o mio Dio, apro la bocca e respiro, perché sono
avida dei Vostri comandamenti. Voi siete la Verità e la Saggezza. La ragione e
il cuore si rallegrano in Voi. La felicità consiste nel vivere obbedendovi e
nel morire amandovi. Io lo so, io lo credo” (OC. XV, 837) I
Maritain erano così approdati alla verità, non attraverso una dialettica
filosofica, ma grazie alla testimonianza di un uomo di fede. Non per nulla
Jacques, ancora nel 1925 pronunciando il discorso per la inaugurazione del
monumento di Bloy traccia questo profilo del suo padrino “Egli non discute,
afferma. Non in suo nome, ma in nome della Verità prima di cui ci parla la
Chiesa. Scrittore di genio, devoto alla bellezza come ad uno dei nomi di Colui
che É, geloso della purezza e della integrità della sua arte, che non ha mai
piegato, fa di quest’arte stessa, in una perpetua magnificenza, in un
interminabile splendore, un ostensorio della Verità” (OC. III, 1009) In
questo processo di conversione dall’anarchia al cattolicesimo la guida fu
Raissa, che già prima dell’incontro con Bloy aveva come presentito la presenza
di Dio propreio nella bellzza della natura e dell’arte. A leggere attentamente
il primo volume de I grandi amici si
scoprono due testimonianze importanti di questo andare sulle tracce di Dio. Una
prima volta i due giovani sono affascinati dalla bellezza di una cattedrale: “Al ritorno dalla campagna ci
fermammo tre giorni a Chartres, per visitare la cattedrale. Avemmo la fortuna,
fin dal primo giorno, quando eravamo piantati con il naso in aria davanti al
portale reale, di interessare un uomo un poco più anziano di noi, un archeologo
che studiava archtettura medioevale e che, cosaciente sebza dubbio della nostra
ignoranza, si offrì ad aiutarci a leggere quel gran libro della cristianità”
(XIV, 749) Raissa, sulla base della sua educazione ebraica, commenta “In realtà
noi l’abbiamo compitata come una Bibbia”, ed aggiung “Noi eravamo inclini a
credere che l’unità e l’armonia di tante bellezze così elevate non potesse
avere per fondamento che la presenza della verità” (XIV, 751) A questo fatto
bisogna aggiungere che poco dopo, durante un viaggio in treno, Raissa regista
queste emozioni “guardando dal finestrino del vagone fuggire la foresta ebbi
per la seconda volta il sentimento della presenza di Dio. La prima volta questo
sentimento violento e fuggitivo, lo avevo provato leggendo Plotino. Guardavo e
non pensavo a niente di preciso. Improvvisamente si produsse in me un
cambiamento profond, come se la percezione dei sensi fosse passata ad una
percezione tutta interiore. Gli alberi che fuggivano erano diventati
improvvsisamente più grandi di loro stessi, presero una dimensione prodigiosa
in profondità. Tutta la foresta sembrò parlare, e parlare di un Altro, divenne
una foresta e di simboli e parve non avere altra fujzione che di designare il Creatore”
(XIV, 751) Poi venne il catechismo dai Bloy, ma la resistenza alla Chiesa
persisteva, per le sue compromissioni con il mondo, per il suo spirito
borghese,poi un giorno Jacques esclamò “Se è piacuto a Dio nascondere la verità
sotto questo mucchio di letame, ebbene, noi andremo a cercarla là. Non c’è
altro cammino, altra realtà, altra via possibile”[24] Infine
bisogna poi considerare che la conversione dei Maritain ebbe anche una
connotazione mariana.[25]
Bloy li aveva iniziati alla venerazione di Notre Dame de la Salette,
convinto della realtà dell’apparizione
di Maria nel 1846 a due pastorelli sulla montagna a la Salette. I Maritain nel
1907, durante il viaggio a Grenoble per
ricevere la Cresima, salgono a la Salette in pellegrinaggio, si fermano
per dieci giorni, e riferiscono a Bloy quanto hanno potuto conoscere sul posto.
Bloy scrive il libro Colei che piange,
nel suo stile polemico e apocalittico, Jacques con molta più razionalità
raccoglie documenti e testimonianze. Raissa ne Le grandi amicizie parla a
lungo dell’apparizione, anche per il problema che pone, cioè la sofferenza dei beati in Paradiso, e scrive
“L'apparizione della Vergine a la Salette è uno degli avvenimenti religiosi più
importanti accaduti nei secoli. Lourdes stesso, che è più conosciuto, è meno
straordinario, malgrado tutte le guarigioni miracolose" (OC. XVI, 789).
Nel 1911 collocano nel loro casa a Versailles la statua della Madonna di la Salette, una statua in
terracotta scoperta da padre Clérissac da un antiquario. Bloy scrive un nuovo
libro La vita di Melania, la pastorella
di la Salette scritta da stessa, (1912) Ma un decreto del Sant’Ufficio nel
1916 proibisce di parlare del segreto di
la Salette[26]. I Maritain
convinti della veracità della testimonianze nel 1918 si recano a Roma con un manoscritto di circa 700 pagine per
un’ udienza da Benedetto XV allo scopo di ottenere l’autorizzazione a
pubblicare il libro, ma il Papa li manda dal card. Louis Billot, a cui lasciano
il manoscritto. A Roma si diffida delle espressioni iperboliche di Bloy e
Jacques scrive, in una lunga lettera di 17 pagine al card. Billot “La
causa di N.D. de la Salette non ha assolutamente niente a che vedere con L. B. Tra le due questioni c’è la
distanza che separa il cielo e la terra“ (28 giugno 1918). Comunque il
permesso alla pubblicazione del volume viene negato. Nel 1946, in occasione del
centenario della apparizione, Maritain, allora a Roma come ambasciatore, parla
più volte del problema con Montini e la Segreteria di Stato chiede copia del
manoscritto che viene trasmesso con queste parole “sulla sostanza delle cose i miei sentimenti e le mie conclusioni non
sono cambiati “(24 marzo 1947) In una successiva lettera auspica che la
Chiesa consacri la Russia al Cuore Immacolato di Maria, esamini nella sua integrità
il messaggio di la Salette (12 aprile
1948) Jacques nel 1965 in Ricordi e appunti,[27]
scrive, ricordando quel lontano viaggio a Roma, "La mia idea era che per essere utile alla missione della Santa
Vergine, avrei dovuto riprendere il problema della Salette nel suo insieme, nel
modo più obbiettivo possibile ed avendo come unico interesse la ricerca e la diffusione della verità" (OC. XII,
232) e quando ne La Chiesa del Cristo
[28]
vuole rappresentare la persona della Chiesa chiede a Jean Hugo di disegnare una
figura di Maria, con le lacrime agli occhi,
sovrapposta al volto di Cristo (OC. XII, 70) Maria per i Maritain non è
solo Colei che piange è anche la Madre della Speranza: “Essa si interessa al
nostro povero lavoro di filosofi. Nei nostri sforzi essa guarda e ama anche la
minima scintilla di verità. Essa odia la menzogna e la sofistica” ( X, 1079 Questa
conversione non fu gradita alle famiglie dei due sposi La madre di Jacques,
Favre Geneviéve, figlia del deputato
Jules Favre, amica di Péguy, fervente repubblicana, non accettò mai questa conversione. Cosi il figlio traccia il profilo di sua madre "un
indomabile spirito di libertà, una speranza appassionata nell'avvenire
spirituale dell'umanità, un arditezza nello sfidare le opinioni del mondo ed una
fermezza di scoglio che non si sono mai, smentite negli anni" (XIV
669-70). Il padre avvocato, segretario di Jules Favre, che aveva un carattere
debole e poco influì sulla formazione del figlio, era morto poco prima del loro
matrimonio. Jeanne la sorella di Jacques fu più comprensiva, a poco a poco
ritornò alla fede cattolica, nella quale battezzò la figlia Éveline di tre
anni, ultima discendente della famiglia.[29]
Gli Oumançoff, pur non essendo praticanti, ritennero il battesimo delle figlie
un’offesa al popolo ebreo. Raissa ricorda ”Soltanto quando poterono rendersi
conto della profondità dei nostri motivi religiosi si addolcirono un
poco.....ma bisognò che passassero tre anni prima che comparissero dei deboli
sentimenti del loro cambiamento.“ (XVI, 899-900) Ma la discrezione e
l’amorevolezza delle figlie, la coerente testimonianza del genero, portò anche
loro alla conversione. Il padre Ilia Oumançoff nel 1912 nel corso di una malattia, poco prima di
morire. Queste parole di Raissa documentano l’atteggiamento dei due giovani
“Pregavamo tutti i santi del Paradiso, san Barnaba e soprattutto Nostra Signora
della Salette. Che nostro padre guarisse, che Dio gli desse il tempo di
comprendere....era troppo terribile rischiare di turbarlo mentre era tanto
malato” (XIV, 982) La madre resistette fino al 1925, dopo la morte del marito
viveva a casa dei Maritain, incontrava i loro amici, sacerdoti e laici, era
attenta alle loro discussioni, seguiva in disparte le Messe che venivano
celebrate nella cappella domestica. Osserva Raissa “Non faceva il segno della
Croce non si inginocchiava, restava in
piedi piena di rispetto e pregava nel suo cuore, senza mai separarsi da noi.
Durante tredici anni interi neppure una volta le parlammo direttamente di
questioni religiose” (XIV, 906) Ma leggeva in russo il catechismo e il Nuovo
Testamento. Quando chiese il battesimo Jacques fu suo padrino e Raissa sua
madrina. Quando nel 1932 morì Raissa compose una poesia Elisabetta-Maria,
(.XV, 566-7) i due nomi ricevuti nel battesimo, che secondo i critici è tra le
più belle dei quattro libri di poesie composti da sua figlia.[30] 3) Una vocazione coniugale feconda Bisogna poi considerare che la
conversione dei Maritain nasce nel contesto di una vocazione coniugale, i due
giovani si innamorano durante gli studi universitari, si sposano civilmente nel
1904, ricevono il battesimo nel 1906,
dopo avere sperimentato a casa di Bloy il valore della vita famigliare
incontrando i Rouault, e van der Meer I Maritain non sono solo la testimonianza
di una profonda intesa coniugale, che dura tutta la vita, ma intrattengono
relazioni di amicizia con altre coppie di sposi, che vivono la loro
spiritualità nell’amore reciproco, come documenta la loro corrispondenza. Sono
in rapporto di amicizia con gli olandesi Christine e Pierre Van der Meer, Adya
e Otto Van Rees, con i belgi Flore e
Léopold Levaux, con i francesi Aniouta e Stanislas Fumet,
Thérère e Étienne Gilson, Marguerite e
Henri Focillon, con i rumeni Geneviève
e Benjamin Fondane, con gli italiani
Jeanne e Gino Severini, Simone e Luigi Crocco, con i russi Ella e Arthur
Lourié, Bella e Marc Chagall, con gli americani Eleanor e John U. Nef, Caroline
ed Allen Tate, filosofi, artisti, romanzieri, musicisti, critici letterari. Ma
solo loro due hanno realizzato un opera comune, perché insieme pensata, voluta,
e scritta insieme. Ne
possiamo segnalare solo alcune, scegliendole tra le più signifcative, una nel
campo della letteratura, una seconda nel campo delle arti fugurative, e una
terza nel campo della musica. Tre relazioni di coppia che documentano il
crescere in comune della vocazione cristiana ed inbsieme l’aiuto fraterno,
l’attenzione al mondo della cultusa **L’amicizia
con Christine e Pierre Van der Meer de
Walcheren incontrati a casa Bloy è molto significativa per comprendere la stima
dell’amore coniugale dei Maritain. Lui,
socialista anarchico, scaricature di poito e nello stesso tempo critico
letterario, alla “Casa del popolo” di Bruxelles conosce Christine Van der
Brugghe pittrice, si sposano hanno due figli, Pieterke e Anne Marie. A casa
Léon Bloy maturano la conversione al cattolicesimo. Così Jacques ricorda il
loro battesimo: “ Il 25 febbraio1911 nella chiesa di san Medardo, Bloy è di
nuovo padrino Pierre Van der Meer, questo grande e caro olandese dagli occhi limpidi, a metà francese io
credo, cuore nobile e generoso, riceve il battesimo con suo figlio Pierre-Léon
di sette anni. Li vedo tutti e due tenere fermamente il medesimo cero sopra le
acque che donano la vita. Cattolica di nascita la signora Christine Van der
Meer ritorna ugualmente dopo una lunga assenza alla casa del Padre. Il nostro
vecchio padrino ci dona un un fratello e una sorella tutti nuovi” (III, 1018) .
In seguito i Maritain saranno molto vicini alle traversie coniugali dei Van der
Meer. Quando in un eccesso di spiritualità, dopo che i loro figli Pieterke e
Anne Marie sono entrati in monastero decidono anche loro di entrare in
monastero, Raissa annota nel suo “Journal” :”Pensavamo che se il padre
abate avesse conosciuto come noi
conoscevamo la santità e la bellezza della loro unione, non avrebbe mai
autorizzato la loro separazione. Egli non poteva rendersi conto del bene
compiuto intorno a loro, del valore di una tale presenza così santa e luminosa
e tranquilla in mezzo alle tenebre tormentate del mondo. E poi la loro
felicità, di una qualità così rara, ci sembrava in se stesse una cosa sacra,
sulla quale non bisognava porre la mano”. (XIV 857-858) Dopo un anno e
mezzo, prima della professione, l’ abate dom Delatte d’accordo con la badessa
del monastero di Santa Cecilia a
Solesmes, constatata la situazione anche attraverso la lettura delle lettere
che i due coniugi si erano scambiate, convengono che la loro vocazione è un’altra.”. Pierre torna al lavoro alla casa
editrice, Cristine ai suoi disegni, spesso vanno a Oosterhout a recitare con la
figlia l’ufficio divino. Dopo la morte della moglie Pierre tornò al monastero e
qualche dopo fu ordinato sacerdote nell’anniversario della morte di Pieterke. **L’amicizia con una
coppia italiana. Jeanne e Gino Severini si erano sposati solo in municipio, il
pittore italiano in cerca di successo in Francia si era innamorato della figlia
del poeta Paul Fort e gli italiani di Parigi al loro matrimonio fecero una
grande festa. Severini in casa del pittore Maurice Denis incontra un giovane
sacerdote Gabriel Sarraute.? Ne nasce un’amicizia, insieme visitano più volte
il Louvre e poco dopo nel 1922 il sacerdote celebra il matrimonio religioso
dell’artista. Dovendo rientrare nella sua diocesi a Carcassonne affida i
Severini ai Maritain. Severini legge Arte
e scolastica e nella sua Autobiografia
scrive:: "Ero già giunto a queste conclusioni con lo sviluppo logico
del lavoro, l'intuizione e il pensiero, ma quanto grande fu la mia gioia di
trovare in Maritain la conferma di certi modi di pensare e il modo di renderli
più chiari a me stesso e agli altri”. Da parte sua Maritain conosceva l'opera
del pittore, aveva ammirato la Danseuse
obsédante, che Severini aveva esposto
da Bernheim Jeune nel 1912, e ne aveva parlato nella prima edizione
di Arte
e scolastica. I Maritain aiutano il
pittore in difficoltà economiche, fanno spazio nella loro casa di Meudon ad uno
studio per l’artista. La figlia Romana un giorno mi raccontava di come giocasse
seduta sulle ginocchia di Maritain.; Raissa nel 1934 scriveL'Angelo della Scuola una biografia di san Tommaso per ragazzi, che
l’artista illustra con molti disegni e che sarà tradotta in molte lingue,
compreso il giapponese. Jacques influisce su Severini anche a livello i
filosofia politica, in una lettera gli scrive: “Già conoscevo qualche cosa del testo di Mussolini che mi citate (grazie
per avermelo copiato). La frase “Tutto è nello Stato, e nulla di umano e di
spirituale non esiste e non ha valore al fuori dello Stato” è una frase
terribile, tutto l’errore filosofico del fascismo vi è condensato. Essa
dimostra che vi è soggiacente al fascismo una filosofia, a mio avviso
incompatibile con il cristianesimo, anche quando essa riconosce Dio e la Chiesa”
(11 novembre 1933). I Severini dal 1946 al 1952, mentre i Maritain sono in
America, abitano la loro casa a Meudon, come
Gino ricorda in una lettera: ".Caro
Jacques, ieri abbiamo dato le chiavi della casa alla signora Grunelius. Così
Meudon non esiste più. Tuttavia credo che la grande attività dispiegata in
questi muri non sia perduta, perchè niente si perde, ma devo confessarti, senza
fare del sentimentalismo, che sono e che siamo tutti terribilmente tristi. Nel
tuo atelier, caro Jacques, ho lavorato molto e meditato. Credo di avervi
migliorato tutto ciò che costituisce una personalità artistica, chiarezza nelle
idee, progresso tecnico; ho eseguito lassù i miei migliori mosaici, ho
realizzato 97 quadri (dietro alle tele ho segnato "Meudon", perchè
questo periodo del mio lavoro sia ben distinto), senza contare le numerose
composizioni decorative, tra le quali il grande mosaico per la chiesa di Saint
Pierre e quello per l'Università di Friburgo".(22 novembre 1952) **Molto
interessante l’aicizia con i coniugi ebrei russi copia di ebrei
russi convertiti al cristianesimo Ella
e Arthur Lourié. Lui è un compositore
russo emigrato in Francia, che partecipa alle riunioni di Meudon, Raissa per
fare eseguire le sue musiche organizza nel 1933 un'"Associazione degli Amici
del Canto Corale" a cui aderiscono, tra gli altri, Marc Chagall, François
Mauriac, Gabriel Marcel, Henri Ghéon, Charles Du Bos, Roland-Manuel, Louis
Laloy. Alla prima del Concerto Spirituale eseguita
nel 1936 è presente anche Arturo Toscanini. Jacques valuta l’opera di
Lourié in un breve saggio del 1936 e la
colloca nella storia della musica "In opposizione al fenomenismo
emozionale e al puro costruttivismo, si può dire che la musica di Lourié è una musica ontologica. Essa prende vita e si
compie nel centro sconosciuto in cui s'incarna la vita della persona, nel
sangue dell'anima, molto più a fondo del sentimento e di ogni manifestazione
psicologica. Per questo motivo, per il fatto stesso di essere musica, essa è
già vicina alle regioni della teologia e si apparenta, nonostante l'essenziale
diversità di natura, al movimento proprio della preghiera, e comporta una
imperiosa esigenza di spogliazione e di libertà. Linguaggio trasparente, creato
istante per istante, privo di ogni retorica; poesia che non ha bisogno di
attrezzatura poetica e che diventa
prosa e dialogo delle forme, ma la cui origine è situata lontanissimo, nella
nube oscura e feconda del cielo sotterraneo dell'amore e del dolore" (VI
1062) Ed in un paragrafo di La chiave dei
canti, , analizza questo significato ontologico della musica di Lourié,
distinguendo tra conoscenza filosofica
e conoscenza poetica, che non si contrappongono, ma si pongono a livelli
diversi, per annodarsi nell'unità
profonda dello spirito: "Della musica di Lourié è stato detto che si
tratta di una musica ontologica; in stile kierkegaardiano potremmo dire anche
esistenziale. Essa nasce alle radici singolari dell'essere, il più vicino
possibile a quella giuntura dell'anima e dello spirito di cui parla san Paolo.
Come sapere metafisico, l'ontologia si situa al più alto grado di intuizione
astrattiva; la poesia, al contrario, più è ontologica, più sgorga dal recesso
impenetrabile della individualità, intendo parlare della individualità di
quell'anima spirituale che è una sola cosa, sostanzialmente, con la carne. Ed è
lì che essa infonde all'opera prodotta la carica più potente, concreta, di
universalità. Se è vero che l'idea operativa esige che vi sia una risonanza
dell'universo nel suo creatore, si comprende facilmente questo contrasto. E si
comprendono, al tempo stesso, alcuni abbagli
dei filosofi, quando esigono per la loro filosofia i privilegi di una
conoscenza che è riservata al musicista, al poeta, al pittore" (V 802) Anche Raissa riconosce questo
carattere della musica di Lourié e in una lettera, ricordando le emozioni profonde suscitate in lei dall'ascolto della
Sinfonia dialettica , gli scrive:
"Ieri ho ricevuto su di me, e in
me, tutta quella musica, come si
ricevono i raggi del sole e la voce del mare.... Mi pareva che tutta questa
musica dalle sonorità così pure e cosi
fresche, e senza nessun intendimento descrittivo o emotivo, fosse come un levar
del sole sul mare, con le carezze della luce e il rumore dolce e misterioso
delle onde, che vengono e vanno. Tutto si animava, la terra si metteva a
vivere, la vita arrivava da ogni parte, da lontano, da vicino. Una folla di
esseri popolava lo spazio sonoro in cui si era presi senza alcuna possibilità
di sfuggire".(24 marzo 1938) Amicizie profonde ma sempre rispettose
della privacy tanto che Jacques nel
1963 pubblicando il Journal di Raissa scrive: “Arthur e Ella Lourié erano tra i
rari amici con i quali usavamo il tu. In generale eravamo ostili a dare del tu,
anche con gli amici più cari, eccezion fatta per i Bloy, i van der Meer, i
Lourié, i Fumet” (XV. 402) A questo punto bisogna tenere
presente un eventio eccezionale nella vita di coppia dei Mariitan, perché dopo
sei anni di matrimonio matura un loro la decisione di pronunciare un voto di
castità, che diventerà definitiva nella cattedrale di Versailles il 2 ottobre
1912. Questo voto, che resta sconosciuto anche agli amici più intimi, è forse
la radice nascosta di tutte le attività culturali, politiche e spirituali che
promuoveranno in seguito, ma non è una rinuncia alla loro coniugalità,[31]
come lo stesso J. scriverà nel nota che redige nel 1962 quando pubblica il Journal di Raissa “E’ solo dopo esserci
consigliati a lungo con padre Clérissac e con la sua approvazione, che per
comune accordo noi abbiamo deciso di rinunciare a ciò che nel matrimonio non
soddisfa solamente i bisogni profondi
dell’essere umano, carne e spirito, ma è una cosa buona e legittima in se
stessa, ed abbiamo rinunciato nel medesimo tempo alla speranza di sopravvivere
nei figli o nelle figlie. Non dico che sia stata una decisione facile da
prendere. Essa non comportava nemmeno l’ombra di un disprezzo per la natura, ma
nella nostra corsa verso l’assoluto e nel nostro desiderio di seguire a
qualunque costo, pur restando nel mondo,
almeno uno dei consigli della vita perfetta, noi volevamo fare spazio
per la ricerca della contemplazione e dell’unione a Dio e vendere per questa
perla preziosa beni in loro stessi eccellenti. La speranza di un tale scopo ci
dava le ali. Noi presentivamo, anche,
ed è stata una delle grandi grazie della nostra vita, che la forza e la
profondità del nostro mutuo amore sarebbero accresciuti come all’infinito“ (XV.
175) I Maritain, sulla base di questa esperienza elaborano una profonda
riflessione filosofica e Jacques scrive nel 1963 “in margine al Journal di
Raissa”, un piccolo saggio su Amore e
amicizia (XIII. 701-754),[32],
sviluppando alcune considerazioni sull'amore e sul matrimonio, riferendosi
implicitamente alla propria esperienza coniugale, come riconosce Jean De
Menasce, un ebreo egiziano convertito al cattolicesimo, ordinato sacerdote,
amico dei Maritain a New York durante la guerra, “Jacques ha amato Raissa come
un adolescente follemente innamorato. Per tutta la vita ha avuto per Raissa un
amore insieme tumultuoso, sereno e fedele. Nelle pagine di Amore e amicizia come non vedere una
confessione intima?”[33] Quindi la
decisione del 1912 non è stata una scelta anticoniugale per potersi dedicare
alla contemplazione, ma un perfezionamento eroico della loro vita di coppia.
Jacques in una nota ricorda il matrimonio di un amico e di un amica, di cui lui e Raissa furono testimoni, che
subito dopo il matrimonio fecero voto di castità, l’avessero fatto prima il
matrimonio sarebbe stato nullo. Riferendosi a tutti coloro che ad un certo punto della loro vita coniugale fanno voto
di castità, Jacques osserva: “Si sapeva
che il sacramento del matrimonio era ancora più profondamente vissuto, perché
uno dei fini essenziali del matrimonio, l’accompagnamento spirituale tra sposi per
aiutarsi vicendevolemente a camminare verso Dio, si trovava affermato e
realizzato in un modo superiore nell’amore folle per Dio. Quanto all’altro fine essenziale, la procreazione, esso non era rinnegato ma trasferito su di
un altro piano, era una primogenitura spirituale che questi sposi attendevano
da Dio, ed era ad essi che si donavano.
Centuplum accipietis” (XIII.744-5). La
testimoniannza di Pieter van deer Meer
è forse la più significativa per documentare la coniugalità della vita dei
Maritain “Splendore di un matrimonio, di una vita coniugale vissuta
nell’amore....Da questo amore nacque un’unione indistruttibile, un pensiero
comune, un solo sentimento, un’unica sofferenza, un solo conforto, la ricerca in comune della verità, la
scoperta di Dio e della Chiesa e, in, seguito, un cammino fianco a fianco, con
uno scambio ininterrotto, un’influenza reciproca, una chiarificazione e un
arricchimento senza posa. Raissa e Jacques non hanno speso molte parole per
parlare di questa armoniosa ricchezza di vita vissuta nel sacramento del
matrimonio..... Ma io posso testimoniare che Raissa non è mai stata assente al
lavoro intellettuale del marito e che Jacques è sempìre stato presente nella
vita spirituale di Raissa, sia nelle cose che sfioravano i suoi sentimenti, sia
in quelle che partecipavano alla poesia. Nella preghiera, nel pensiero, nella
sofferenza, nell’amore di questi due esseri è esistito sempre uno straordinario
movimento di osmosi“[34] 4) Una seconda conversione: la scoperta di san
Tommaso Molti
si sono stupiti che i Maritain siano giunti alla fede proprio grazie
all’incontro con Bloy, uno scrittore allergico alla filosofia e ostile verso la
democrazia. Jacques in una intervista con Fr. Lefèvre del 1923 ne da questa
spiegazione: “Non era una filosofia, un
alimento filosofico qualunque, che andavamo a cercare da Bloy.Ciò che ci
metteva in movimento era l’ammirazione e la pietà per un artista di genio
ridotto in miseria, e anche il desidero, più o meno consapevole di scoprire il
segreto di una tale grandezza in un tale abbandono. Ora era in faccia alla Fede
cattolica più intransigente che noi ci trovavamo, una fede viva ed armata di
cui non sospettavamo nemmeno l’esistenza” (II, 1236) Ma Bloy, considerato un
fideista poco amante della filosofia, non era così ostile come sembrava. Già
nel marzo del 1907 aveva scritto ad un giovane sacerdote: “Voi avete visto e dimostrato la stoltezza di Spinoza, Fichte,
Schelling, Hegel e di quanti altri ancora... Ma ogni cristiano avveduto
converrà che è impossibile perdere la fede senza perdere anche ad un certo
punto la Ragione, che è la facoltà con
la quale si conosce Dio. L’uomo che oppone la Ragione e la Fede è tanto stupido quanto un cavaliere che non
dia da mangiare al suo cavallo”. Quando Jacques pubblica nella “Revue
Thomiste” l’articolo sui due bergsonismi, Bloy annota nel Journal “Si sa della mia
scarsa attrazione per la filosofia, che ai miei occhi appare la più noiosa
maniera di sprecare il prezioso tempo della vita e il cui dialetto arcano mi
scoraggia. Ma con Jacques, tutto cambia in modo singolare. Sapevo che il mio
diletto figlioccio era più in alto degli altri e di quante lunghezze! ma non mi aspettavo di vedere uscire un braccio
così forte dagli stracci della filosofia. Un braccio di atleta e una voce
possente di lamentatore. Vi ho anche trovato come un’onda di poesia dolorosa,
una grossa onda venuta dal fondo e da molto lontano“ (17 ottobre 1912)
Jacques in seguito gli manda il volume La filosofia bergsoniana e riceve questa
risposta: “Ne ho cominciato la lettura
soltanto ieri sera e confesso che alla ventesima pagina ero completamente
distrutto. Questi problemi mi sono estranei e gli atroci barbarismi della lingua filosofica feriscono il mio
temperamento di scrittore latino. Tuttavia andrò avanti con la lettura,
persuaso di trovarvi la sua anima e di ricevere da te un poco di luce. Ma gli
inizi sono duri. L’intuizione? la durata? Chiacchiere! So bene quello che vuoi
tu, caro figlioccio, ma ignoro quello che vuole Bergson, e sicuramente non lo
saprò mai, perché lui stesso non ne è a
conoscenza“ (2 novembre 1913); Ma i Maritain avevano bisogno di
filosofia, di una vera ricerca filosofica, che l’incontro con Bergson aveva
avviato, ma non aveva soddisfatto. Infatti in
un appunto di Jacques del 1906 si può leggere “Raissa è sempre vissuta
per la verità, non ha mai resistito alla verità.....Essa dona tutto, senza
tenere nulla per se, per il suo cuore come per il suo intelletto, è la realtà
essenziale che importa, nessun elemento accessorio riuscirebbe a farla esitare. Il suo pensiero e la sua natura
sono per inclinazione intuitivi; e siccome è una creatura tutta interiore, è
tutta libertà, la sua ragione si appaga solo con il reale, la sua anima con
l’assoluto” (XII, 166) In quel tempo i Maritain erano in Germania ad
Heidelberg, dove Jacques studiava embriologia alla scuola di H. Driech, ed
incominciava a vedere le linee portanti di una filosofia della natura che si
richiama ad Aristotele[35],
e ricorda “E’ sulla indistruttibile
verità degli oggetti presentati dalla
fede che la riflessione filosofica si appoggiava in noi per restaurare l’ordine naturale stesso dell’intelligenza
all’essere e per riconoscere la portata ontologica della ragione. Affermando già allora a noi stessi, senza
superbia e senza avvilimento, l’autentico valore della realtà dei nostri
strumenti umani di conoscenza, eravamo
già tomisti senza saperlo. Quando qualche mese più tardi avremmo incontrato
la Summa teologica non avremmo
opposto alcuna resistenza al suo flotto luminoso” (XIV, 818) Fu
padre Clérissac a proporre a Raissa di leggere san Tommaso all’inizio del 1909
“Fu tremando di curiosità e di timore che aprii per la prima volta la Summa teologica al Trattato di Dio. La scolastica non era, secondo la reputazione
corrente, un sepolcro di sottigliezze cadute in polvere?.....Dalle prime pagine
compresi la vanità e la puerilità delle mie apprensioni Tutto qui era libertà
dello spirito, purezza della fede,
integrità dell’intelletto
illuminato di scienza e di genio.....Pregare, comprendere mi erano una
sola e stessa cosa, l’uno dava sete all’altro e mi sentivo sempre dissetata”
(XIV, 830-1). L’anno dopo Jacques annota nel suo Journal, “15 settembre 1910 su
incitamento di Raissa incomincio a leggere la Summa teologica e come per lei è una liberazione, una inondazione
di luce. L’intelletto trova la sua patria” (XII, 207) In seguito Maritain, dedicò tutta la
vita a diffondere ed approfondire il tomismo, e con Raissa diede vita ai
“Circoli di studi tomistici” che tra il 1919 e il 1939 nelle riunioni a casa
loro a Meudon e nei ritiri annuali coinvolsero moltissime persone, filosofi e
teologi, artisti e romanzieri, poeti e musicisti. Jacques era la mente di
queste riunioni, Raissa era l’anima, che nella preghiera e nella sofferenza
sorreggeva questo lavoro di apostolato intellettuale, e la sorella Vera
l’organizzatrice che provvedeva a tutte
le necessità pratiche. “Raissa avrebbe conosciuto a Meudon gli anni più
belli della nostra vita, con le grazie del raccoglimento che costituivano il suo
tesoro, con accanto le amicizie e le gioie ineguagliabili dello spirito, nello
stesso tempo le pene interiori e lo strazio che a noi soli, Vera ed io, non
riusciva a nascondere completamente.....Ambedue le sorelle traevano dalla razza
ebraica quell’affinamento della sensibilità, che l’abitudine alla
contemplazione rendeva ancora più delicato e che faceva di loro delle
privilegiate del dolore”. (XII, 315) La collaborazione di Raissa si sviluppava
anche a livello intellettuale, con la sua partecipazione alle riunioni di
studio, e come documentano i suoi scritti, ma la sua vocazione fu soprattutto
quella del sacrificio e dell’immolazione. Traggo dagli appunti di Jacques le
note trascritte il 27 settembre 1931 in occasione del decimo ritiro del Circoli
tomistici “I Van der Meer fanno colazione da noi. Ad un certo momento Raissa
chiede il permesso di assetarsi. Mi preoccupo molto e salgo a raggiungerla in
camera sua. La trovo come agonizzante di dolore e di angoscia, quasi che Dio la
respingesse con indicibile violenza. Piange e geme. Prego insieme con lei. Dopo
molte lacrime la sofferenza si placa. Raissa trova forza sufficiente per
scendere ad assistere alla conferenza di padre Garrigou alle 15. La sala è
sovraffollata, vi si soffoca, ci sono centocinquanta persone e nessuna se ne
va”. (XII, 331-2) Un giorno bisognerà studiare con attenzione l’esperienza
mistica di Raissa, per comprendere meglio come essa si inserisca nel lavoro
intellettuale di Jacques, ma è necessario ancora ricordare come i due giovani,
pochi anni dopo il matrimonio, in tutta libertà e consapevolezza abbiano fatto
voto di castità il 2 ottobre 1912. Questo voto, che resta sconosciuto anche
agli amici più intimi, è la radice nascosta di tutte le attività culturali,
politiche e spirituali, che promuovono, ma non è una rinuncia alla loro
coniugalità, come lo stesso Jacques scrive quando nel 1962, dopo la morte di
Raissa, svela il segreto: “E’ solo dopo esserci consigliati a lungo con padre
Clérissac e con la sua approvazione, che per comune accordo noi abbiamo deciso
di rinunciare a ciò che nel matrimonio non soddisfa solamente i bisogni profondi dell’essere umano, carne e spirito,
ma è una cosa buona e legittima in se stessa, ed abbiamo rinunciato nel medesimo
tempo alla speranza di sopravvivere nei figli o nelle figlie. Non dico che sia
stata una decisione facile da prendere. Essa non comportava nemmeno l’ombra di
un disprezzo per la natura, ma nella nostra corsa verso l’assoluto e nel nostro
desiderio di seguire a qualunque costo, pur restando nel mondo, almeno uno dei consigli della vita perfetta,
noi volevamo fare spazio per la ricerca della contemplazione e dell’unione a
Dio e vendere per questa perla preziosa beni in loro stessi eccellenti. La
speranza di un tale scopo ci dava le ali. Noi presentivamo, anche, ed è stata una delle grandi grazie della
nostra vita, che la forza e la profondità del nostro mutuo amore sarebbero
accresciuti come all’infinito“ (XV, 175) In tutte le sue opere, Jacques fa riferimento a san
Tommaso, ne sviluppa la filosofia nei
campi più diversi, dalla logica alla metafisica, dall’etica alla
politica, dall’estetica alla pedagogia, dalla filosofia del diritto alla
mistica, ma c’è un scritto Il dottore
Angelico [36] in cui traccia le linee portanti della sua
riflessione, precisando: a) “C'è una filosofia tomista, non c'è una filosofia
neotomista”; b) “Il tomismo non vuole
tornare al Medioevo”; c) “Il tomismo intende usare la ragione per distinguere
il vero dal falso; non vuole distruggere, ma purificare il pensiero moderno ed
integrare tutto il vero scoperto dopo s.Tommaso”; d) “Il tomismo non è nè di
destra nè di sinistra; non è situato nello spazio ma nello spirito”; e) “Il
tomismo è una saggezza. Tra di lui e le forme particolari della cultura debbono
regnare degli scambi vitali incessanti, ma esso nella sua essenza è
rigorosamente indipendente da queste forme particolari”; f) “Giudicare il
tomismo come un abito che si portava al XIII secolo ma oggi non è più di moda,
come se il valore di una metafisica fosse in funzione del tempo, è un modo di
pensare propriamente barbaro”; g) “Non c'è modo più puerile di giudicare il
valore di una metafisica in funzione di uno stato sociale da conservare o da
distruggere”; h) “La filosofia di s.Tommaso è indipendente in se stessa dai dati
della fede e non dipende nei suoi principi e nella sua struttura che
dall'esperienza e dalla ragione. Tuttavia questa filosofia, per restando
perfettamente distinta da loro, è in comunicazione vitale con la saggezza
superiore della teologia e con quella della contemplazione”. (V, da pag 22 a pag 25) Questo
suo tomismo, che chiama realismo critico e filosofia esistenziale, non è tanto
una filosofia cristiana, quanto un filosofare nella fede, perché la
filosofia è soltanto filosofia, procede autonomamente con il discorso
razionale, anche quando, come nella filosofia pratica, di necessità deve utilizzare, ma nel suo
universo , i dati forniti dalla fede.[37] 5) Bisogna fare la verità anche in politica Ma la
scoperta del tomismo comportò per i Maritain anche una serie di polemiche
politiche, perché Jacques si trovò coinvolto nelle vicende del movimento
“Action Française” di Maurras[38]
, espressione della destra nazionalista e monarchica, sia a causa delle
simpatie politiche di H. Clérissac, che lo aveva portato a san Tommaso, sia per
le conseguenze di una eredità ricevuta da Pierre Villard. Circa la prima causa
Raissa osserva "L'esperienza ci ha mostrato fino a qual punto la direzione
delle anime esige dal direttore la purissima discriminazione delle cose che sono
di Dio e quelle che sono di Cesare. Per essere veramente spirituale essa
richiede che il direttore distingua, anche egli, in se stesso, ciò che è
nell'ordine della grazia, della fede, della teologia, della perfezione e ciò
che è soltanto retaggio umano di abitudini secolari, di pregiudizi familiari,
di razza, di casta, o nell'ordine delle preferenze e dei gusti" (XVI,
983). Circa la seconda causa Jacques aveva incontrato questo giovane
all’Institut Catholique, seguendolo poi nella sua conversione, intellettuale e
religiosa, che muore nel conflitto mondiale.[39].
Come gli comunica un notaio in data 24 agosto 1918 Maritain si trova erede del
patrimonio di Villard con Ch. Maurras. In due lettere accluse al testamento il
giovane esprime il desiderio che la donazione “contribuisca a salvaguardare i
residui del patrimonio intellettuale e morale del paese” (XII, 288) Maritain
destina una parte dell’eredità all’acquisto di una casa a Meudon, periferia di
Parigi, che sarà il cuore della sua attività di apostolato intellettuale, la
base dei “Circoli tomistici”, e insieme a Maurras destina un’altra parte al
finanziamento della Revue Universelle,
vicina al movimento ma non organo del movimento che si esprimeva nel quotidiano
Action Française, fondato nel 1908 Ma la causa profonda delle relazioni
di Maritain con il movimento politico, a cui di fatto non ha mai aderito, è da
rintracciarsi nell’amicizia con lo scrittore Henri Massis, che Psichari il 5
gennaio 1913 aveva accompagnato a Meudon dai Maritain, che era tornato alla
fede, si era dedicato alla diffusione del tomismo, ma simpatizzava per il
movimento. Raissa così ricorda il primo incontro: “Massis era il più giovane
dei tre, di altezza media, smilzo, nervoso, sembrava avesse appena raggiunto i
venticinque anni.... Con volto ardente, intelligente, ci fu fin da principio
simpatico. Si dichiaravano l’uno l’altro
cattolici senza fede, Jacques parlava poco, attento alle parole delle
anime“ (XIV, 958) Se non si tiene conto che
Jacques si muoveva tra questi cattolici
senza fede , non si può comprendere la vicinanza del filosofo all’Action
Française e le sue buone intenzioni.
Maritain e Massis in una intervista attaccano nel 1923 attaccano la Nouvelle Revue Français e accusano Gide
di estetismo individualista.[40]
Massis è presente a Meudon quando Cocteau ritorna alla fede dopo essersi
confessato da padre Henrion (15 giugno 1925), tanto da tanto da scrivergli “Io ho sentito che la presenza divina,
quando padre Charles è apparso fra di noi quella sera memorabile, vi avrebbe
sconvolto il cuore dal di dentro o voi sareste uscito da quel clima di morte in
cui vi distruggevate” (III, 692) Maritain
e Massis collaborano alla fondazione della collana Le Roseau d’Or a nel 1925 (III,1383-1386) per aiutare gli scrittori
cattolici. Con lui Maritain fin dal 1913 progetta la fondazione di un periodico
di ispirazione cattolica da contrapporre a L’Opinion,
espressione della cultura laicista e liberale, precisandogli in una lettera “il nostro terreno di azione dovrà essere
quello religioso” (3 aprile 1914). Con la guerra il progetto tramonta e nel
1920 viene fondata la Revue Universelle,
sotto la direzione di Bainville, ma in realtà controllata da Massis. A Maritain
viene assegnata una rubrica di filosofia, sotto la sua indipendente
responsabilità. Maritain ottiene anche la direzione della “Bibliothèque
Française de philosophie” presso la
“Nouvelle Librairie Nationale”, che è la casa di edizione della “Action
Française”. Maritain sa che Maurras e Bainville sono agnostici, che la
collaborazione tra laici e cattolici sarà
difficile, insiste sull’autonomia della rivista dal movimento, e spera
di fare opera di apostolato intellettuale tra i giovani. Con l’andare del tempo
le cose diventano sempre più difficili, gli amici H Ghéon e R. Dalbiez mettono sull’avviso Maritain, che
progressivamente si distacca dalla rivista nella quale il suo ultimo articolo è
del luglio 1926. Prima ancora che il
cardinale P. Andrieu, vescovo di Bordeaux, con una lettera del 27 agosto
1926 chiedesse alla Santa Sede di mettere
in guardia i cattolici Maritain, aveva già preparato un testo, Una opinione su Ch. Maurras [41] inviandolo a Journet per la pubblicazione su
“Nova et Vetera”, nel quale elaborava un preciso giudizio negativo: 1° Le idee
politiche di Maurras si presentano come un insieme di conclusioni acquisite per
via induttiva; il suo metodo si può definire un empirismo organico, che rimanda in parte a Comte. 2° La democrazia di Maurras si pone tra la
democrazia politica (Aristotele) e il democraticismo (Rousseau), e non si
avvicina alla democrazia sociale auspicata dai Pontefici. 3° L'espressione
"politique d'abord" presa come valore assoluto può portare alla
divinizzazione dello Stato. 4° Maurras ha riconosciuto che il liberalismo nato
dalla Rivoluzione francese porta ad una umanità separata da Dio. 5°
Maurras è estraneo alle realtà della
fede 6° L'errore in cui si rischia di cadere è quello di un naturalismo
politico. Il
Papa il 5 settembre 1926 risponde al card Andrieu approvando le sue riserve sul
movimento e la lettera è pubblicata su “L’Osservatore Romano’. Maurras,
sollecitato da Massis, si reca a Meudon durante una riunione dei Circoli
tomisti (24-28 settembre) e Raissa annota ”venne una mattina per un colloquio
con padre Garrigou, avevo molto sperato da questo incontro, invece, purtroppo,
non dette alcun risultato” (XII, 324)
Maritain invia a Po XI il suo volumetto, pubblicato in Francia da Plon,
con una lettera in cui scrive“Il mio
scopo è quello di condurre i cattolici dell’ Action
Française, ed in particolare i giovani, ad una ubbidienza veramente filiale
alle direttive di V. S., aiutandoli a comprendere alla luce dei principi della
fede i complessi problemi sui quali si trovano coinvolti ed in particolare il
problema politico stesso. Nel medesimo tempo mi sforzo di fare passare da una
forma embrionale ad una forma perfetta le verità parziali trovate empiricamente
da Maurras nel campo della politica alla vera saggezza che solo il tomismo può
fornire. Cosi viene affermata anche l’indipendenza della rinascita tomista a
riguardo di qualsiasi partito politico “(27 settembre 1926) Questa
lettera dimostra la buona fede una certa ingenuità del filosofo, che non si
rende conto delle strumentalizzazioni della sua collaborazione, che spera
inutilmente di convertire Maurras; ma anche il suo desiderio di apostolato
intellettuale e l’intuizione dell’autonomia della filosofia dalla politica dei
partiti. Comunque Pio XI condanna esplicitamente il movimento il 20 dicembre
1926 diffidando i cattolici dal parteciparvi, mentre alcune opere di Maurras
sono messe all’Indice. Maritain il giorno dopo scrive a Maurras “Ciò che avevo temuto è arrivato, non posso
che rimpiangere crudelmente che non si è fatto nulla dopo l’incontro di
settembre...... Non c’è più soccorso che in Dio. Egli ama la vostra anima. Egli
la vuole e impiega per arrivare ai suoi fini i duri mezzi dell’amore. Non posso
impedirmi di pensare che mentre egli
vi percuote e vi devasta al di fuori,
vi parla al di dentro. Se questo è vero, che nessuna preoccupazione estranea,
per quanto importante essa sia, vi distragga dall’ubbidire a questa voce“
(21 dicembre 1926) Maurras
resiste, il suo giornale attacca il papa con un clamoroso Non possumus, molti cattolici disubbidiscono, alcuni teologi
elaborano dei distinguo, dicendo che è stata condannata la scuola dell A.F. e non il movimento
politico. Maritain prende decisamente le distanze col volume, Primato dello spirituale[42],
dove affronta questa problematica sui
rapporti tra Stato e Chiesa e sui compiti del cristiano. Invia il libro a Pio
XI con una lettera: “E’ perché io vedo la Chiesa e la Verità offese dalla condotta di
qualcuno tra i miei fratelli, ed anche perché sento nel profondo del cuore
l’afflizione che ne deriva per il Padre comune, che mi sono visto obbligato un coscienza a rendere pubblicamente
la mia testimonianza....Il libro che pubblico oggi mi attira molta collera. Ma
il mio desiderio è di servire il Signore“ (19 luglio 1927). Ma la polemica divampa come Maritain
scrive a Journet “comincia sotto banco una campagna contro il “Primato dello spirituale”
in piccole riviste ed in fogli dattiloscritti, ma la cosa è più dolorosa perché
è sostenuta da religiosi (alcuni dei quali mi erano cari e che io veneravo) che
mi accusano di essere eretico. Infine, Dio ha il suo tempo” (22 ottobre
1927) I Maritain sono molto preoccupati della situazione del cattolicesimo in
Francia, decidono di fare un nuovo viaggio a Roma per parlare a Pio XI, ma
Raissa non può proseguire nel viaggio e solo Jacques può raggiungere Roma dove
il 6 e il 7 settembre del 1927 ha due incontri con il pontefice. Jacques scrive
un diario per Raissa attraverso il quale si possono seguire le vicende di
questo viaggio.[43] Un
passaggio d questo Journal è
drammatico “Se si fosse realmente obbedito a Leone XIII quanti mali si
sarebbero evitati. Lui stesso è stato in Francia ed ha osservato la situazione
da vicino; e sentito parole a cui non avrebbe voluto credere: Monarchia assolutamente necessaria alla religione.
Il Papa trattato da religiosi, come un peccatore da convertire. Consanguineità
tra ciò che fa e ciò che ha fatto Leone XIII”. Maritain, dopo un’ora e mezza di
colloquio lascia a Pio XI un pro-memoria sulla situazione francese; il giorno
dopo il Papa lo richiama e gli affida il compito di preparare con alcuni
teologi un nuovo volume sul problema, Maritain torna in Francia e nel 1928
pubblica Chiaroveggenza di Roma [44]con
diversi collaboratori, Nella Conclusione
gli Autori scrivono “Uno spirito riflessivo, considerando la crisi dolorosa
dell’Action Française non può non essere colpito innanzitutto dalla
chiaroveggenza della Chiesa. Il male che essa ha denunciato si nascondeva sotto
mille apparenze di bene, di ordine, di restaurazione civile, di integrità
dottrinale” (III,1190) Su
queste polemiche lasciamo la conclusione ai protagonisti, perché Raissa ne
parla nel 1944 citando e commentando alcune
pagine de Journal di Jacques
ne Le Grande Amicizie,: “Più tardi,
dopo la pubblicazione di Primato dello
spirituale dom Florent Miège, la cui incomparabile amicizia doveva
abbondantemente compensarmi di tanti odi sollevati negli ambienti ecclesiastici
dell’Action Française, aveva un bel dirmi che il
Signore mette a profitto anche gli errori di coloro che lo amano e che le mie
relazioni con persone dell’Action Française
avevano permesso che nel momento più critico la mia testimonianza potesse
aiutare ed illuminare delle anime di buona volontà; ma io mi accuserò sempre
come di una imperdonabile leggerezza di avere fatto credito durante qualche
tempo ad un movimento i cui sofismi
politici hanno alla base il disprezzo del Vangelo. Oggi più che mai
benedico l’intervento liberatore della Chiesa.... Allora incominciò per me un
periodo di riflessione dedicata alla filosofia morale e politica in cui tentai
di scoprire le linee di una politica cristiana autentica, e di stabilire, alla
luce di una filosofia della storia e della cultura, il vero significato
dell’ispirazione democratica e la natura del nuovo umanesimo che aspettiamo”.
(XIV, 978) Come si può constatare in gioco sono
l’oggettività della verità e la soggettività della libertà, che il cristiano
deve sempre rispettare insieme, e non alternativamente, evitando da una parte
il fondamentalismo che rifiuta la libertà di coscienza e il relativismo che
nega la verità. Maritain è deciso a distinguere senza separare religione e
politica. Nel 1932 sostiene Mounier nella fondazione della rivista Esprit ; collabora al periodico Sept
fondato dai padri domenicani
di Juvisy nel quale Gilson per primo
formula la distinzione tra l’agire da
cristiano nel campo della politica e l’agire
in quanto cristiano nel campo della religione, che svilupperà
ampiamente nell’appendice Umanesimo Integrale e diventerà la causa
di molte polemiche in America ed in Europa. Le pubblicazioni di Sept cessano
per ordine dei superiore generale dei domenicani, e Maritain collabora Vendredi, che vede l’apporto di uomini
di diversa ispirazione, da Gide a Maritain e dove pubblica un breve testo Eroismo e umanesimo che sarà la
introduzione di Umanesimo Integrale Questo suo
attivismo crea preoccupazione nelle autorità ecclesiastiche perché temono un
coinvolgimento dei cattolici con le forze di sinistra, Maritain allora precisa
le sue posizioni di cristiano impegnato nel temporale con la Lettre sur
l'indépendance,[45]
Precisa che il filosofo, in ragione della sua stessa ricerca, deve interessarsi
di politica: "Non esiste infatti soltanto la filosofia speculativa, ma c'è anche una filosofia pratica,
ed io credo che essa debba discendere sino all'estremo limite in cui la
conoscenza filosofica tocca l'azione". (VI. 255) Ma il compito della
filosofia non è l'azione, perché altro è il sapere e la saggezza ed altro è l'agire e la prudenza. Ritenere con Marx che la filosofia di per se stessa debba
trasformare la società "è un errore, che svuota ogni libertà spirituale ed
ogni vera filosofia; da esso consegue che tutto il pensiero è coinvolto nel
movimento stesso dell'azione transitiva e della dialettica del divenire, tutto
intero immerso nella storia. Agli occhi di un metafisico abbiamo qui la
quintessenza dell'immanentismo e del
materialismo di Marx" . (VI. 256) Il porsi del filosofo al di fuori dei
partiti, quali che essi siano, la sua indipendenza davanti all'azione immediata
da intraprendere, che esige una parte considerevole di tecnica e di arte, è
tutto l'opposto dall'evasione e dalla fuga, perché "il filosofo ha una
qualche utilità tra gli uomini solo se rimane tale" (VI. 257), e
l'indipendenza del filosofo testimonia
la libertà della intelligenza di fronte all'istante che passa. Restare liberi non significa restare
indifferenti ed estranei, ma impegnarsi nel campo della propria competenza per
cercare i principi regolatori dell'esperienza. Per il cristiano questo impegno
nella società e nella storia è una conseguenza della legge dell'Incarnazione,
egli "deve essere dappertutto e rimanere dappertutto libero" (VI.
259), perché la libertà del cristiano ha la sua radice ultima nella libertà di
Dio . La Chiesa non è una fortezza o una cittadella separata dal mondo; essa è
immersa nella storia, ed "i buoni e i cattivi sono, in realtà,
dappertutto frammisti fra loro, anche
nella Chiesa". (VI 260) "Il cristiano non cede la sua anima al mondo,
ma egli deve andare al mondo, deve
parlare al mondo, deve essere nel
mondo, nel più profondo di esso: non solo per rendere testimonianza a Dio e
alla vita eterna, ma anche per fare da
cristiano il suo mestiere di uomo nel mondo" (VI 266), mediante un' azione civica cristiana per la difesa
dei valori religiosi e morali (di diritto naturale) sul piano del temporale e
mediante un’ azione politica cristiana, autenticamente e
intrinsecamente cristiana. Non
bisogna cadere nello schematismo della contrapposizione destra e sinistra,
perché, soprattutto quando la storia giunge alla confusione del gioco delle
parti e le formazioni politiche
"si riducono a dei complessi affettivi esasperati, non essere nè di destra
nè di sinistra significa che si vuole conservare la nostra ragione" (VI,
276) e accettare ogni possibilità di dialogo fra gli spiriti che si situano su
posizioni molto diverse tra di loro. Durante
un viaggio in Sud America, dal 26 luglio al 7 novembre 1936 con numerosi interventi di Jacques (24
conferenze e l4 lezioni) a Rio de Janeiro in Brasile, a Buenos Aires, Cordoba, Rosario
in Argentina, a Montevideo in Uruguay. (XVI, 480-486) Maritain tiene una conferenza a Buenos Aires il 6 ottobre 1936
agli amici della rivista Sur per
spiegare le ragioni della sua Lettera
sull’indipendenza, e per difendersi
dalle accuse di filocomunismo. In questa conferenza c’è un lungo passo dedicato
a Mounier. “Vi devo confessare che ho
avuto numerose controversie con i miei amici di “Esprit”, con Mounier, che
stimo molto e che è il direttore di questa rivista. Ho passato diversi mesi a
inviargli, quasi ogni giorno, telegrammi con rimproveri amari: il risultato è
stato che la nostra amicizia si è rafforzata. Malgrado le imprudenze, e
talvolta gli errori che hanno potuto commettere, la direzione nel suo insieme è
buona e generosa. Per quanto riguarda Mounier le stesse imprudenze che ha potuto commettere gli sono servite a
correggere la sua rivista e a dirigerla in maniera sempre più soddisfacente”.
Maritain sottolinea come la rivista abbia contribuito a staccare in Francia il
cattolicesimo dal capitalismo e “nello stesso tempo abbia conservato la sua
indipendenza in condizioni difficili. Essa non ha aderito al “Fronte popolare”
ed essa è stata la sola a pubblicare nel mese di giugno di quest’anno due documenti contro il governo della Russia sovietica; mi riferisco
alle due lettere di Victor Serge e di André Gide” . (. VI,1075-1076) Sulla base di precisi principi
filosofici Maritain interviene nel conflitto spagnolo con manifesti e organizza
un “Comitato per la pace religiosa e civile in Spagna”. Nella sua ricerca di
una soluzione politica al di sopra delle parti in lotta per una pace duratura,
non imposta da una parte, che rispettasse le coscienze pur nella diversità
delle convinzioni ideologiche Maritain ebbe anche una violenta polemica con Paul
Claudel nel 1937 quando Maritain pubblica un articolo ne La Nouvelle Revue Française
su La guerra santa in cui critica il
nazionalismo falangista sostenendo che il cristiano deve porsi al di fuori
delle parti in lotta, L’articolo era un’estratto dalla lunga prefazione al
volume di A. Mendizabal, Aux origines
d’une tragédie. La politique espagnole de 1923 à 1936 ( VI 1215-1256) che
conteneva una postfazione in relazione alla Lettera
collettiva dei Vescovi spagnoli, non firmata da soli tre Vescovi, che appoggiava
i falangisti (1 luglio 1937). In questa postfazione Maritain scrive “Tutti i
cattolici leggeranno con emozione e rispetto questo grave documento...tuttavia
non pensiamo di mancare al rispetto dovuto a questa lettera.....se non seguiamo
il documento episcopale nelle opinioni senza riserva che esso manifesta verso
il campo nazionalista....in una materia, nella quale, quale che sia la sua incidenza spirituale, l’aspetto politico e
internazionale è direttamente implicato.....La guerra civile è un cattivo
strumento, ed una volta scoppiata bisogna fare di tutto per porle al più presto
fine nelle condizioni giuste e umane”. Claudel
attacca violentemente Maritain, con un articolo su Le Figaro (27 agosto
1937), criticando gli ideologi che lanciano progetti stravaganti di mediazione.
La rottura si aggrava per un successivo confronto, quando Maritain in un
articolo su Temps Présent (16 giugno
1926)[46]
scrive “Finché le società moderne secerneranno la miseria come un prodotto
normale del loro funzionamento il cristiano non può restare in riposo” (OC. VI
744) Claudel risponde su Le Figarò
Littéraire (24 giugno 1939) con un titolo tratto da una parabola del
Vangelo Attendez que l’ivraie ait mûri
accusando Maritain, di mettere i cristiani “in stato di mobilitazione obbligatoria e permanente contro il male
sociale” sospingendoli “in uno stato di spirito rivoluzionario”, accusandolo di
essere più vicino a Robespierre, a Rousseau e a Lenin che al Vangelo. Claudel
ha frainteso Maritain, tanto che Mauriac, che aveva onorato lo scrittore in Notre Claudel su Temps Présent [47](30
giugno 1939) con un nuovo articolo Le
Coup de Pouce nella medesima
rivista (7 luglio 1939) prende le difese del filosofo e scrive ‘“L’onestà
intellettuale non sempre è in ragione diretta
del sapere, ne dello stesso genio, e troppo spesso un intellettuale usa
la sua dialettica più sottile per
sfigurare il pensiero dell’avversario”[48]
Maritain scrive una lettera al Direttore del giornale in data 26 giugno 1939,
cita alcuni passaggi dell’enciclica Quadragesimo
anno di Pio XI ed osserva ”leggendo
questi testi si può valutare meglio il modo con cui Claudel tratta da pubblici
peccatori chiunque ricordi alla gente le esigenze della giustizia sociale e
della carità sociale” (OC. VII, 1135); poi risponde con un articolo su Temps
Présent (26 giugno 1939) precisando
“non ho detto, cosa che sarebbe un’affermazione di tipo rousseaiano, che la
società presa come tale corrompe necessariamente l’uomo e produce di per se la
miseria....non ho detto, e sarebbe un’affermazione marxista, che ogni società che riconosce per principio la proprietà privata dei mezzi
di produzione e la legittimità di un profitto
per un capitale impegnato in un’impresa porti una parte dell’umanità alla
schiavitù e produca di per se miseria....Se le società moderne producono
miseria, non è per la natura delle cose, ma in virtù del disordine organico che
le vizia......Noi dormiamo tutti, a dire il vero, a che scopo calunniare e
vilipendere coloro che cercano di uscire un poco dal loro assopimento?” (VII,1139-1142) La polemica tra i due
continua con altri articoli, interviene anche Journet che in alcune lettere a
Claudel chiarisce il pensiero dal filosofo precisando che la miseria nella
società moderne avviene per accidens, non per la natura stessa
della economia, è il capitalismo spinto all’eccesso a generare miseria (27
giugno 1939). Claudel conferma a Journet le sue critiche e aggiunge “D’altra parte non dovete desolarvi di queste
controversie. Ci sono sempre state nella Chiesa. Esse sono utili, anzi
indispensabili” (1 luglio 1939)[49]
Journet , poco dopo, ritorna a precisare: “Quanto
alla parabola del Vangelo essa ha un senso letterale. E un senso derivato, che
consiglia di non attaccare imprudentemente la zizzania, che dice come cristiano
debba tollerare molti mali e molti scandali. Non dice che egli debba
tranquillamente parteggiare per questi mali e per questi scandali, e vivere
soddisfatto, in riposo, senza angoscia di fronte a loro” (12 luglio 1939)
Maritain ringrazia Journet di essere intervenuto nella controversia ed
piuttosto irritato aggiunge “Claudel
è un villano, vendicativo e astioso,
non c’è nessuna ragione di trattarlo come un Papa. Da molti anni si accanisce
ad inviare alla gente lettere ingiuriose e fulminazioni, che rendono il
cattolicesimo odioso a coloro che ne sono oggetto. Avete avuto molta carità nel
chiedergli di perdonarvi per avergli inviato le vostre lettere. Esse non hanno
potuto fargli che un grand bene” (18 luglio 1939). Gli attacchi alla testimonianza
cristiana di Maritain nella vita politica si ripeterono anche in seguito sia in
Canada che in Sud America finendo per coinvolgere anche l’Italia e la Santa
Sede. Le corrispondenze intercorse con i
protagonisti di queste polemiche documentano l’inquietudine e la sofferenza
di Raissa e Jacques davanti alla possibilità che Umanesimo integrale, ed anche altre opere di filosofia politica,
fossero messe all’Indice. L’attacco più violento avviene nel
1945 dall’Argentina Jules Meinvielle[50]
accusa il filosofo di cedere al liberalismo, di deviare dalla linea della
ortodossia cattolica, scrivendo un libro dal titolo Da Lammenais a Maritain [51].
Lo stesso p. Garrigou Lagrange critica le esagerazioni di Meinvielle
scrivendogli: “Penso che Maritain non ha
visto dove certe sue concessioni potevano logicamente condurre......ma il
titolo sensazionale del vostro libro mi pare eccessivo, perché la deviazione di
cui voi parlate è ben lungi dall’avere le proporzioni di quella di Lammenais,
che fu in errore a riguardo dei fini della Chiesa., ritenendo che essa dovesse
lavorare soprattutto per il benessere temporale dei popoli...Non bisogna
dimenticare che Maritain ha scritto “Primato
dello spirituale”“. (26 luglio 1946) [52]
Meinvielle non recede dalle sue posizioni, pubblica la lettera di Garrigou
Lagrange[53] e scrive un
articolo velenoso Cattolicesimo terrestre
. Maritain viene a conoscenza di questa corrispondenza e irritato scrive a
Garrigou Lagrange, perché ritiene che le sue convinzioni siano nella piena
ortodossia della Chiesa cattolica, confutando punto per punto le tesi di
Meinvielle.[54] Nel 1948 J.
Meinvielle, che continua a scrivere contro, il filosofo[55],
è a Roma, viene ricevuto da Pio XII, come risulta dal Diario di Maritain, che in
data 5 marzo regista: “Ho visto mons. Montini. Mi ha parlato con grande
amicizia. Meinvielle è stato ricevuto freddamente dal Papa. Montini gli ha
lavato la testa domandandogli che cosa ha fatto l’Argentina di positivo per
promuovere la dottrina cristiana, segnalandogli l’inopportunità di queste
polemiche.”( CCJ. III, 666-667) Veniamo
alle polemiche italiane, che non sono scoppiate nel 1956, in relazione ai
condizionamenti politici della vita culturale italiana, ma già molto tempo
prima. Infatti nel 1950 p. A. Messineo[56]
attacca Maritain su “La Civiltà Cattolica”, scrivendo “L’Umanesimo integrale
proposto da certi scrittori come fondamento delle relazioni collettive sul
piano temporale non è in sostanza, a dire il vero, che un naturalismo
integrale, un naturalismo totale”[57].
Quando poi Maritain nel 1951 pubblica L’uomo
e lo Stato in cui precisa che la
relazione tra lo Stato e la Chiesa
passa attraverso il corpo politico, perché lo Stato non può istituzionalizzare
una religione, ma deve rispettare le religioni che si manifestano nel corpo
politico della società civile., p. Messineo nel 1952 scrive alcuni articoli contro, senza citare mai il
filosofo.[58] L’anno dopo
il card. Ottaviani in una conferenza all’Università Lateranense s Doveri
dello Stato cattolico verso la religione, attacca ripetutamente Maritain
senza mai citarlo.[59]
Intanto a Roma e in Francia circola un libello anonimo, in cui gli autori
parlano dei rischi e dei danni del maritainismo, elencando minuziosamente tutti
i precedenti attacchi.[60]
Gli amici del filosofo sono preoccupati Journet, mons. André Baron, rettore
della Parrocchia di san Luigi dei Francesi e W. d’Ormesson, nuovo ambasciatore
di Francia presso la Santa sede, consigliano Maritain di venire a Roma, ma il
filosofo non è d’accordo e scrive a Journet
“A dire io vero, credo che tutto sia visto in relazione
alla situazione italiana e alla
politica attuale della Santa Sede in Italia. Andare a Roma significherebbe
provocare disagi ed è per questo che Montini
non si è mostrato favorevole a questa proposta” (8 maggio 1952). A
d’Ormesson precisa “Il mio desiderio era
di andare a Roma come Ambasciatore anziano a rendere omaggio al Papa e a
Montini. Non ho alcuna intenzione di fare un viaggio a Roma come un accusato
che va a difendersi.......Supponendo che il Vaticano (cosa che fa raramente, del
resto) domandi ad un autore spiegazioni
sul suo pensiero, bisogna essere pronti a darle e di buon cuore. Non mi
sottrarrei mai a persone che avendo autorità per pormi delle questioni me le
formulassero. Ma prendere l’iniziativa e giustificarsi di fronte a calunnie
anonime e a dicerie malevoli significherebbe accettare l’idea che tali manovre
possano essere efficaci..... Il mio pensiero è espresso nei miei libri. Che li
si legga (dal principio alla fine e con l’attenzione che ci vuole). Se gli
informatori delle autorità si fidano di falsi testimoni, non ci spetta di riformare tale stato di cose.....il mio
maestro san Tommaso non ha mai preso
sul tragico gli attacchi di cui è stato oggetto alla fine della sua vita da
parte dei Dottori dell’Università di Parigi, sostenuti dal vescovo di Parigi,
sicuramente tutti migliori teologi
degli integralisti di Francia e di Argentina” (2 maggio 1952) Le
inquietudini che alla fine del 1952 si assopiscono, riesplodono nel 1956[61]
quando p. Messineo riaccende la polemica attaccando, direttamente Maritain,
accusandolo di naturalismo integrale e paragonando la sua filosofia allo
storicismo di Benedetto Croce.[62].Non
è possibile, in questo breve testo, seguire le inquietudini dei Maritain, gli
interventi, le prese di posizioni dei diversi gruppi cattolici, riassumere tutte le lettere ricevute, ma su
questa polemica una documentata riflessione va fatta.[63]
Journet in “Nova et Vetera” il 30
settembre del 1956 pubblica un lungo articolo nel quale confuta ad una ad una
le critiche.[64] Jean
Daniélou scrive su “Témoignage chrétien”: “Maritain
ci aiuta, come Giorgio La Pira ad avere fiducia nella fecondità dei principi
del cristianesimo, per ispirare la sola civiltà che sia pienamente valida”
(CCJ IV 645) Il gesuita Charles Boyer[65]
scrive a Journet “Sono stato sorpreso ed
ho sofferto per l’articolo de “La Civiltà Cattolica”. Mi sarebbe difficile
parlarne con l’autore. Credo
che gli sia stato richiesto, forse in seguito a pressioni venute dall’America
del Sud.... Conosco meno le idee politiche e sociali di Maritain di quelle
delle altre parti della sua filosofia, ma non ha potuto scrivere quello che gli
si rimprovera” (4 ottobre 1956) Comunque la
soddisfazione più grande per Maritain viene dall’amico Montini, allora
Arcivescovo di Milano, che nella
relazione La missione e il mistero della
Chiesa al “Congresso
dell’apostolato dei laici”, (1957) lo cita e suscita un prolungato applauso. Le proposte maritainiane di una
nuova cristianità pluralista, che rappresentano il superamento dello scontro
tra laicismo e clericalismo, non furono attaccate, solo da destra, ma anche da
sinistra. Infatti il teologo peruviano,
Gustavo Gutierrez,[66] fondatore della teologia della liberazione,
nei suoi scritti critica l’ Umanesimo
integrale, perché disimpegna la Chiesa dall’intervenire in politica.
Bisogna poi ricordare che Maritain si tenne sempre fuori dalla vita politica
dei partiti, conservando la sua indipendenza di filosofo. Non è il filosofo
della Democrazia cristiana, ma il filosofo cristiano della democrazia. Basti
ricordare che un gruppo di amici
dell’Argentina, del Cile, del Brasile e dell’Uruguay si riuniscono a
Montevideo Dal 18 al 23 aprile 1947 e vorrebbero che J. approvasse la loro
intenzione di fondare “Organizzazione Democratico Cristiana d’America”. Inviano
a Maritain, allora Ambasciatore in Vaticano,
questo telegramma “Riuniti a Montevideo i gruppi democristiani
sudamericani per studiare la nostra posizione di fronte ai grandi problemi
sociali contemporanei, salutano in voi il maestro dell’umanesimo integrale, che noi riteniamo la soluzione ideale
dei nostri problemi economici e politici “ (17 aprile 1947). Amoroso Alceu Lima[67],
uno dei promotori della riunione, invia
il testo conclusivo dei lavori a Maritain, che risponde “Sono fiero che il nome
di Umanesimo integrale abbia ricevuto una consacrazione storica da parte
di coloro che hanno formulato quest’atto di fondazione”, ma subito raccomanda
di non trasformare il gruppo in ‘una unione internazionale di partiti politici
di ispirazione cristiana”, ma di promuovere invece “un movimento di ordine
intellettuale e culturale”. (13 giugno 1947) Maritain nel postscriptum fa
presente a Lima che mons Montini, che lui ha informato del progetto in corso,
auspicherebbe “un controllo dottrinale sul programma ideologico fondamentale”,
ma che lui teme che questo controllo possa essere “un danno per l’autonomia
laica del vostro movimento” Comunque l’influenza spirituale di
Maritain nella politica dei cristiani in America latina è stata notevole[68],
non si può dimentica il pensiero e l’opera di Eduardo Frei[69],
militante nel movimento dei giovani conservatori La Falange nazionale, partecipa a Roma nel 1934 al congresso
internazionale di Pax Romana ed in
seguito a Parigi segue le lezioni di
Maritain all’Institut catholique e comprende la necessità di un movimento
politico di ispirazione cristiana, che si ponga al sopra della destra e della
sinistra. Tornato in Cile con Jaime Castillo fonda il Partito della democrazia cristiana, il cui logo è una freccia
verticale sovrapposta a due linee incrociate simboleggianti la destra e la
sinistra, che vanno trascese. Frei ricorda nelle sue Memorie: “Ciascuno dei suoi libri è nella mia biblioteca tra quelli
che preferisco.......Quando fondammo la Falange
e poi la Democrazia cristiana le sue
idee hanno esercitato un’ influenza determinante. Per questo egli segue con un
grande interesse ciò che capita nel nostro paese, dove ha molti discepoli e non
solamente negli ambienti intellettuali”[70]
Nella sua prima lettera a Maritain,
spedita su sollecitazione di Gabriela Mistral,
Frei gli ricorda di avere seguito le sue lezioni e avere condiviso le
sue posizioni sulla guerra di Spagna, poi gli descrive a lungo la situazione
politica del suo paese (4 gennaio 194O) 6) La morte
di Raissa e l’approdo tra i Piccoli Fratelli di Gesù I
Maritain hanno vissuto una vocazione coniugale, lo confermano le sue lettere
agli amici alla morte di Raissa; tra le tante ne ricordiamo solo due ma molto
significative. La lettera del 21 novembre 1960 a Thomas Merton ne è un
documento prezioso “Sono troppo abbattuto
per potervi scrivere a lungo, ma tengo a dirvi quanto mi hanno commosso la
vostra lettera così fraterna. Grazie per la vostra compassione e per le vostre
preghiere. Raissa è morta in una grande pace, la pace di Dio è sempre stata in
lei. Questa malattia cosi crudele, che mi ha stretto alle porte della
disperazione, è stato un ritiro della sua anima con Dio solo nel suo proprio
silenzio. Di questo io sono sicuro.? Vorrei molto incontrarvi, ma come posso
venire nella al Getzemani (l’ abbazia di Merton) Il tempo mi è misurato,
debbo andare svelto a Kolbsheim per ritrovare le carte di Raissa, in seguito mi
ritirerò a Tolosa, in mezzo ai Piccoli Fratelli di Gesù, che mi proteggeranno
contro me stesso. Senza essere propriamente uno di loro, perché resterò un
filosofo laico, sarò al loro servizio; sono stato da loro accettato. Se Dio
prolunga la mia povera vita dividerò cosi il mio tempo tra Kolbsheim e
Toulouse” Riportiamo ancora a documentazione di questa
vita coniugale che persiste nei sentimenti del filosofo qualche brano da una
lettera a don Giovanni Stecco del Seminario di Vicenza con cui Raissa aveva una
corrispondenza[71]. Jacques
cosi gli partecipa il suo dolore “Mio
carissimo amico, mi permetta di chiamarla cosi. Non posso esprimere con quanta
emozione ho letto la sua lettera. Grazie di tutto cuore per quanto mi ha
scritto, e che mi ha fatto piangere, perché la mia ferita non guarirà mai. Le
sue lettere colpivano Raissa profondamente, le portavano una grande
consolazione spirituale, erano un tesoro per lei. Niente è bello come questa
amicizia che Dio crea fra anime che non si sono incontrate se non in spirito.
Raïssa ha sopportato la malattia di Vera (tre anni di angoscia, Vera è morta di
cancro) con un coraggio invincibile, ma a spese delle sue forze fisiche.
Fisicamente era consumata. Quando siamo arrivati a Parigi il 7 luglio scorso,
essa ha avuto, proprio entrando in albergo, una trombosi arteriosa al cervello che le ha offeso il centro del linguaggio.
In un attimo non poté più parlare, pur conservando la sua piena lucidità. Dopo
un mese aveva spontaneamente recuperato molte parole e conversava con i medici
e con me. Ma alla fine di agosto un secondo attacco venne ad aggravare tutto.
Le fu estremamente difficile pronunciare le parole. Dio la chiudeva nel
silenzio e la separava dagli uomini: con quale meraviglioso sguardo pieno di
luce essa guardava i suoi amici!.......Essa è passata attraverso questa prova
tremenda di quattro mesi --nella quale vedevo Dio distruggerla
implacabilmente-- con una forza d’animo straordinaria e senza mai perdere la
pace interiore.” (Tolosa, 10 marzo 1961) Jacques di ritira a Tolosa, nel 1961, dopo viaggio
negli Stati Uniti per recuperare le sue carte e per ritrovarsi ancora una
volta, fisicamente, nella casa di Raissa. Questo riparare nella comunità dei
tra i Piccoli Fratelli di Gesù non smentisce la vita precedente, anzi è una
conseguenza naturale, anche per quanto riguarda lo stile di vita sempre vissuto
dalla coppia in uno spirito di povertà, in una testimonianza cristiana che ha
privilegiato mezzi poveri sui mezzi ricchi. Raissa e Jacques hanno scritto insieme un volumetto Vita di preghiera come una guida
spirituale per i partecipanti ai
“Circoli di studi tomistici”, [72]
nel quale raccomandano per coloro che vivono nel mondo e non possono praticare
i consigli evangelici alla lettera, una vita di preghiera, che esige tre
cose" la purezza di cuore, il distacco, e l’ abbandono alla
Provvidenza" (XIV, 52), che
possono sostituire i tre voti dei religiosi, perché sono una sorta di
castità, povertà, obbedienza spirituali. “la purezza del cuore, che libera l’intelligenza e la volontà
dall’impronta delle cose create, è come una castità
spirituale ; il distacco che fa
sì che noi ci serviamo di noi stessi e delle cose “come se non ce ne servissimo”,
è una sorta di povertà spirituale ;
l’abbandono alla Provvidenza, che ci
spinge a gettare in Dio ogni nostra preoccupazione e ci pone in balia della sua
volontà, è un obbedienza spirituale ,
che penetra nel più profondo e, rendendoci liberi di fronte a tutte le cose, ci
fa dipendere in tutto dalla conduzione dello Spirito Santo” (XIV, 52-3) I
Maritain avevano imparato il valore della povertà a casa di Léon Bloy, che vive
in miseria per conservare la sua indipendenza di scrittore, ma aveva anche
compreso che la povertà non è un virtù politica, perchè la politica deve
garantire il benessere del popolo
Raissa ne Le grandi amicizie
si sofferma anche sul libro di Bloy Il sangue del povero :"Questo libro
patetico, di una poesia dolorosa, è ricco di intuizioni folgoranti, zampillanti
di una emozione che sgorga dal più profondo del cuore" (XIV 1053). Il
sangue del povero è il denaro dei ricchi, che sfruttano i poveri, il regno di
Mammona, che si contrappone al regno di Dio e al Sangue di Cristo. Bloy
'condanna senza appello la società moderna, il suo libro fa eco alle
rivendicazioni sociali più ardenti, ma è posto su di un altro piano e invano si
cercherebbe un tentativo di risposta ai problemi terrestri, che pesano
pesantemente su tanti uomini. Non è il libro di un economista o di un
sociologo'" (XIV, 1053). Nel
commento al Padre nostro, che Jacques
ha trovato tra le carte di sua moglie
Raissa osserva che pregando per avere il nostro pane quotidiano, preghiamo per
tutti i poveri e gli affamati del mondo, che sono nell’indigenza per colpa del
peccato, per colpa delle nostre omissioni, per il nostro egoismo di classe, di
casta, di nazione, di civiltà, perché non abbiamo cercato il Regno di Dio,
perché “a coloro che cercano per prima cosa il Regno di Dio tutto il resto sarà
dato in sovrappiù”. (XV, 104) E davanti
alle miserie del nostro mondo rileva “Quanto alla storia terrestre, ogni giorno
essa impara a sue spese che Deus non
irridetur (Gal. VI, 7), ma essa non comprende ciò che apprende”. (XV, 104)
un osservazione di filosofia della storia che
sottolinea come la violenza, la sopraffazione degli uni sugli altri a
lunga distanza si paga. Jacques da parte sua evidenzia che se la povertà
è una virtù evangelica e non una virtù politica, c’é comunque nella politica un
riverbero di questa virtù nel senso che i veri mezzi della vita politica non
sono quelli della forza della guerra ma quelli della pace. In Religione e cultura [73](1930)
Maritain osserva che c’è una gerarchia dei mezzi da usare: ci sono i mezzi temporali ricchi, che mirano
direttamente al successo, riguardano il temporale e sono legittimi, ma
difficilmente animabili dallo spirituale; e ci sono mezzi temporali poveri, come la saggezza, la preghiera, la
contemplazione, scarsamente visibili, ma più efficaci, perché propri della vita
dello spirito. Non bisogna disprezzare
i mezzi ricchi, che “fanno parte della stoffa naturale umana. La
religione deve consentire al loro aiuto. Ma per la salvezza del mondo è
necessario che la gerarchia dei mezzi sia salvaguardata, come pure le loro
giuste proporzioni relative”. ( IV, 232) La sicurezza
è necessaria, ma la salvezza vale di più. Il denaro deve
servire a vivere, ma guai se la vita serve il denaro. Maritain è cosi
preoccupato dell’azione devastante del capitalismo, dove il profitto è l’unico
criterio di valore nella organizzazione della vita sociale, che in uno degli
ultimi suoi scritti, poco noto ma significativo in un colloquio con i Piccoli
fratelli di Gesù immagina un mondo senza denaro.[74] I
Maritain vissero la loro vita famigliare in coerenza con queste convinzioni
tanto che Jacques ricorda "Il nostro amore per la vita semplice, per i mezzi poveri, era troppo radicato per
potere mutare. Raissa e Vera odiavano il lusso e l'ozio; tanto in Francia, che
in America dopo, abbiamo sempre
lavorato sodo, conducendo una vita modestissima. Ma la libertà goduta a Meudon
ci permise di dedicarci interamente (davvero interamente) quella che era stata
la croce della totale povertà per Bloy fu sostituita per noi dalla croce della
malattia) alla vita della intelligenza, che abbiamo sempre considerato
inseparabile dalla vita spirituale, dall'amore e dal servizio alle anime"
.(XII, 287) Durante il periodo in cui Jacques fu ospite dei Piccoli Fratelli di
Gesù, quando doveva recarsi a Parigi era ospite di Paule e Gilbert Manuel, che
con la loro figlia Élisabeth hanno tenuto un diario[75].
In data 2 gennaio 1965 si legge questa annotazione: ”Al ritorno dalla messa
sentiamo Jacques che canta i salmi nella sua camera, Quando scende canta Gesù Cristo si veste da povero, che
Péguy gli aveva insegnato, ed è la sua canzone preferita’”[76].
Durante il soggiorno a Tolosa
Jacques cura l’edizione degli scritti inediti di Raissa[77],
scrive alcuni volumi su Cristo e la Chiesa[78],
invia diversi memoranda a Paolo VI durante il Concilio Vaticano II, pubblica Il contadino della Garonna,[79]
che con Primato dello Spirituale e Umanesimo integrale, rappresenta il
trittico di maggiore successo della sua opera, quasi ad individuare i momenti
fondamentali della sua riflessone filosofica. In quest’opera Maritain diagnostica
le malattie del nostro tempo che
individua nella cronolatria
epistemologica per cui prostrati nell'adorazione dell'effimero si rifiuta
la verità eterna per "un fissarsi ossessivo sul tempo che passa"
(XII, 684), e nella logofobia, per cui si rifiuta la filosofia in nome del
linguaggio, dimenticando che "non è il linguaggio a fare i concetti,
ma sono i concetti a fare il
linguaggio". Precisa ancora questo disgusto per la ragione porta il mondo
moderno a rifiutare la stessa pre-filosofia del senso comune, per ridurre tutte
le conoscenze al regno del fenomenico, del precario, del provvisorio: "si
rinuncia alla Verità, per la verifica, alla realtà per il segno". (XII,
694) Come si può constatare anche quest’ultimo Maritain è ancora il giovane,
che la sua fidanzata si disperava di non potere trovare la verità, e che una
volta che l’ha trovata, non solo la difende in tutti i campi del sapere, ma la
approfondisce, fedele al Vangelo che ammonisce: “conoscerete la e la verità che
vi farà liberi” (Gv. VIII, 31) Possiamo lasciare la conclusione di questa
analisi sulla conversione e sulla testimonianza cristiana di Maritain a Paolo
VI che il 28 aprile 1973, il giorno stesso della morte del filosofo invia alla
comunità dei Piccoli Fratelli questo telegramma. “Emozionato per la notizia
della chiamata a Dio di Jacques
Maritain, che resterà per tutti un filosofo di alto valore, un cristiano dalla
fede esemplare e per Noi stessi un amico, particolarmente caro dal tempo della
sua missione presso la Santa Sede, Noi inviamo alla Famiglia religiosa nella
quale ha voluto terminare sui giorni nella contemplazione e nella preghiera,
l’espressione della nostra simpatia addolorata e il conforto della Nostra
Benedizione Apostolica. Paolo VI”[80]
Il giorno dopo in piazza san Pietro al “Regina Caeli” annuncia la sua morte ai
fedeli con queste parole “ Maritain, morto ieri a Tolosa è davvero un grande pensatore
dei nostri giorni, maestro nell’arte di pensare, di vivere e di pregare. Muore
solo e povero, associato ai “Petits Frères” di Padre Foucauld. La sua voce, la
sua figura resteranno nella tradizione del pensiero filosofico, e della
meditazione cattolica. Non dimentichiamo la sua apparizione in questa piazza,
alla chiusura del Concilio, per salutare gli uomini della cultura nel nome di
Cristo maestro”[81] Troviamo
la conferma in una delle ultime lettere a Merton “Il “Paysan de la Garonne” è
un best-seller (sono state messe in vendita 25.000 copie) Voi sapete che la
cosa dapprima mi ha inquietato e sconcertato, ora ne gioisco perché vi vedo la
mano di Raïssa e i segreti nascosti del
cielo, perché non è spiegabile che per un numero di anime confuse e frustate,
più grande di quanto si pensi, il semplice grido di un povero contadino sia
saufficiente a confortarle un poco” (24 dicembre 1966) [1] Cfr. R. Maritain, I grandi amici, Vita e Pensiero, Milano 1991, Racconto della mia conversione in R. Maritain ,Senza Dimora, Leonardo Mondadori, Milano 1999; J. Maritain, Il diario di Raissa, Morcelliana, Brescia 2000 e Ricordi e appunti, Morcelliana, Brescia 1981 [2] Cfr. i saggi monografici pubblicati su “Il Cairoli” , annuario del Liceo Classico di Varese da P. Viotto, I Maritain e la letteratura,, n. 15, 2001, pp.111-128; I Maritain e le arti figurative,, n. 16, 2002, pp.18-36; I Maritain e la musica, n. 17, 2003, pp.23-43; I Maritain e la filosofia,, n. 18, 2004, pp. 49-73; I Maritain e la politica del XX secolo,, n. 19, 2005, pp.23-57 [3] Per i testi dei Maritain si fa riferimento alle Opere Complete, indicando il volume e la pagina: Jacques et Raissa Maritain Oeuvres Complètes, Editions Universitaires Fribourg, Editions Saint-Paul, Paris 1986-2002, voll. 17. Per le corrispondenze si indica nel testo la data della lettera, e si rimanda ai volumi o ai fascicoli dei“Cahiers Jacques Maritain” (CHJM) dove sono state pubblicate, come indicato nelle bibliografie in P. Viotto, Dizionario delle opere di Jacques Maritain, Città Nuova 2003 e P. Viotto, Dizionario delle opere di Raissa Maritain, Città Nuova 2005. In quest’ultimo Dizionario si possono trovare anche biografie dei diversi filosofi, teologi, letterati, politici citati [4] J. Green, Pourquoi suis-je moi? Journal 1993-1996, Fayard; Paris 1996, p.
111; Cfr. anche J. Green - J. Maritain, Une
grande amitié. Correspondance
1926-1972, Gallimard, Paris 1982 [5] J. Maritain, Ricordi e appunti, Morcelliana, Brescia 1976 [6] Cfr. P. Viotto, Il pluralismo come metodologia politica in Jacques Maritain, in AA.VV, Pluralismo contro relativismo , Ares, Milano 2004, pp. 132-16l [7] J. Maritain, Il diario di Raissa, Morcelliana, Brescia 2000, nuova edizione integrata. [8] Per uno studio biografico si consulti . J.L. Barré, Da intellettuali anarchici a testimoni di Dio, Edizion Paoline, Milano, 2000; Nora Possenti Ghiglia, I tre Maritain, Ancora, Milano 2000 [9] Sui rapporti tra Maritain e l’Action Française, sulla sua collaborazione alla “Revue Universelle” si è scritto molto, ma bisogna ancora fare degli approfondimenti. Jacques mai aderì al movimento, si trovò coinvolto a causa dell’amicizia con Henri Massis e i consigli di padre Clerissac. La sua era una preoccupazione intellettuale , voleva diffondere il tomismo in campo laico, e religiosa ,sperava di convertire Charles Maurras. Prese nettamenge le distanze con il volume Primato dello Spirituale (1927), aiutò Pio XI a convincere i cattolici francesi ad abbandonare il movimento con diversi scritti, tra cui Clairvoyance de Rome (1919) [10] R. Maritain, Racconto della mia conversione in R. Maritain ,Senza Dimora, Leonardo Mondadori, Milano 1999, p.5 [11] Il periodico illustrato per ragazzi Jean Pierre fondato da Robert Debré e da Jeanne Maritain, sorella diJacques, fu pubblicato dal 1900 al 1904 [12] J. Maritain,Lettres à Angèle Baron in CHJM n. 29, pp. 44-54 [13] Testo citato in Notes nouvelles sur Psichari CHJM n. 13, p. 37 [14] Cfr. L. Mercier, J. Maritain avant J. Maritain,: un engagement dans le siècle in
CHJM n.13, pp. 79-26. [15] J. Maritain, Umanesimo integrale, Borla Roma 1998 [16] Maritain precisa “Uso qui la parola fede come Péguy usava la parola mistica in un senso diminuito, più indeterminato dell’accezione comune, e per designare ogni convinzione soltanto umana, qualunque sia il valoe dei suoi fondamenti presso gli uni o presso gli altri, in cui non solo l’intelligebnza ma anche il cuore è decisamente impegnato” (IX, 607) [17] J. Maritain, Le possibilità di cooperazione in un mondo diviso in Il filosofo nella società, Morcelliana, Brescia 1976 [18] J. Maritain, L’uomo e lo Stato, Marietti, Genova 2003 [19] J.Maritain, La philosophie bergsonienne, Rivière, Paris 1913, pp. 447 [20] Cfr. Belley Pierre-Antoine, Connaître par le cœur. La connaissance par
connaturalité dans les œuvres de J. M., Téqui, Paris 2005, [21] Bloy Léon, Journal 1892-1917, Bouquins, Paris 1999.
volumi 2 [22] Ivi vol. 1 p. 603 [23] Ivi vol. 1 p. 622 [24] Pieter van deer Meer, Tutto è amore, Paoline, Milano 1974, p. 74 [25] Cfr. P. Viotto, Maria nella vita di Raissa e Jecques Maritain, in “Humanitas” XLIII, n.3, pp.358-377; R. Mougel, Les Maritain et la Salette in CHJM n.53, pp. 53-71; Bibliografia in CHJM n.48, pp. 81-82. [26] Testo pubblicato sul quotidiano “La Croix” il 12 gennaio 1916. [27] J. Maritain, Ricordi e appunti, Morcelliana, Brescia 1967 [28] J. Maritain, La Chiesa del Cristo, Morcelliana, Brescia 1971 [29] Éveline Garnier, Souvenirs
sur mon oncle, in CHJM n. 2,
pp.9-20 [30] Cfr. R. Maritain, Poesie, Massimo-Jaca Book, Milano 1990 ( a cura di G.Galeazzi) pp.288 [31] René Mougel A propos du mariage des Maritan
in “Cahiers Jacques Maritain” n. 22, gugno 1991, pp.5-44 [32] Traduzione italiana in Approches sans entraves, scritti di filosofia
cristiana, Città Nuova, Roma vol. I 1977, pp. 201-244 [33]Cattaui De Menasce, Jacques Maritain, CHJM n. 4-5, p.57 [34] Pieter van deer Meer, Tutto è amore, ed.cit, p. 60-61 [35] J. Maritain, La filosofia della natura, Morcelliana, Brescia 1974; cfr P. Viotto, “voce” Jacques Maritain in Dizionario interdisciplinare di Scienza e Fede;,Urbaniana University Press- Città Nuova, Roma 2002, vol. 2, pp. 1939-1951 [36] J. Maritain, Il Dottore Angelico, Cantagalli Siena 2006, testo tradotto da Carlo Bo nel 1935 per la rivista “Vita cristiana” dei padri domenicani del Convento di san Marco di Firenze, pubblicato in volume nelle edizioni Cantagalli l’anno seguente [37] Cfr. M. Grosso, Alla ricerca della verità: la filosofia cristiana in É. Gilson e J. Maritain, Città Nuova, Roma 2006 [38] Cfr. Laudouse André, Domenicain français et Action française, Maurras au couvent, Les Editions Ouvrières, Paris 1998; Philippe Chenaux, Entre Maurras e Maritain, Cerf, Paris 1999; Prévotat Jacques, Les catholiques et l’Action française. Histoire d’une condamnation 1899-1939, Fayrad, Paris 2001; [39] Si veda corrispondenza con P. Villard in J. Maritain Ricordi e Appunti, Morcelliana, Brescia 1988, pp.149-194 [40] Fr. Lefèvre, Une heure avec J. Maritain e H. Massis in “Les Nouvelles
Littéraires” II, n. 52, 13 ottobre 1923 ,pp. 1-2 [41] J. Maritain, Une opinion sur Charles Maurras, et les devoirs des catholiques
Plon, Paris 1926, pp. 4O (OC. III
749+780) [42] J. Maritain, Primauté du spirituel, Plon, Paris 1927, pp. 315 (OC. III 783-988) [43] J. Maritain, Journal de voyage pour Raissa (4-8 septembre 1927):in CHJM n.46 pp.
37-59 [44] AA.VV.
Clairvoyance de Rome, Spes, Paris 1929 (OC.III 1025-1191) [45] J. Maritain, Lettre sur l'indépendance Desclée de Brouwer, Paris 1935 pp. 66 (VI 253+288);tr.it. Lettera sull’indipendenza in Scritti e manifesti politici, 1933-1939, a cura G. Campanini, Morcelliana, Brescia 1978, pp. 45-73 [46] P. Claudel, Attendez que l’ivraie ait mûri
in “Le Figarò Littéraire” 24 giugno 1939) [47] F. Mauriac, Notre Claudel in “Temps Présent “7 luglio 1939 “Claudel è dei nostri, colui che ama, che soffre, che parla in faccia a Dio, che lavora perché il suo regno arrivi, e sa che é lì il compito del Poeta, la cui musa si chiama Grazia” [48] F. Mauriac, Le coupe de Pouce in “Temps Présent “7 luglio 1939 [49] Cfr il testo completo in CJM vol.II, p. 850 [50] Menvielle Jules (1905-1973) Sacerdote argentino, antisemita,, animatore di gruppi giovanili. Bibl. Concezione cattolica della politica (1932), Concezione cattolica della economia (1936), La cristianità. Appunti per una filosofia della storia (1940) Il comunismo e la rivoluzione anticristiana (1961) [51] Meinvielle Jules, Da Lammenais a Maritain, Ediciones Neutro Tiempo, Buenos Ares 1945 pp. 400; volume in seguito tradotto in francese, La Cité Catholique Paris 1956, ed in italiano, Sacra Frateritas Aurigarum in urbe, Rolma 1991 da gruppi di cattolici integralisti [52] Maritain viene a conoscenza della pubblicazione della corrispondenza
intercorsa; c’è un scambio di lettere durissimo.”Ho detto nelle mie lettere a Meinvielle che voi non siete caduto
nell’errore fondamentale di Lammenais, errore che ha reso il suo liberalismo
molto più grave di quello di Montalembert. Ho cercato, davanti a Dio, di
osservare ciò che esigono la giustizia e la carità. Ho pesato tutte l mie
parole ed ho rifatto più volte la mia lettera” (18 aprile 1948) Risponde
Maritain “Quanto a Montalembert mi
piacerebbe che voi non attribuiste a me
ciò che ha potuto dire un altro autore, al quale non ho dedicato l’ombra di un
pensiero, e che, per quelle che so, non era un filosofo, ed era impegnato in dibattiti che non sono i miei......” (12 maggio 1948) [53] J. Meinvielle, Correspondance avec Garrigou Lagrange à propos de Lamennais et de Maritain, Ed. Nuestro Tiempo, Buenos Aires 1946 [54] Cfr. Lettere del 12 e 18 dicembre 1946 pubblicate in OC. IX, 1102-1117. Si veda anche J. Maritain, Raisons et raison, Egloff, Paris 1948, (IX 239-438), che nella tr. Ragione e ragioni, Vita e Pensiero, Milano 1982 conserva il testo Ad alcuni miei contraddittori (1943-1946) pp. 202-224, non riportato nelle OC.,nel quale il filosofo risponde a Meinvielle e ad altri oppositori. [55] Nel 1948 pubblica un volume di 4OO pagine Critica della concezione della persona umana secondo Maritain [56] Messineo Antonio (1897-1978) Gesuita siciliano, nel 1931 entra nel gruppo redazionale della rivista “La Civiltà Cattolica”, e per oltre quaranta anni collabora con articoli, almeno seicento, e numerose recensioni. Per un certo periodo ne diventa direttore. Si occupa soprattutto di filosofia politica e di diritto, ispirandosi alle teorie di Taparelli d’Azeglio, da lui definito “il martello delle concezioni liberali”. Durante il regime fascista conserva la sua indipendenza, nel 1936 critica l’invasione italiana dell’Etiopia e condanna tutti i totalitarismi, nel 1938 scrive una serie di articolo contro il razzismo.. Durate la campagna elettorale del 1948 sostiene, anche se in modo critico la linea di De Gasperi, osteggiando sia le sinistre che l’asse di destra formano da MSI, Uomo Qualunque e alcuni democratico cristiani. Dal 1959 fa parte del Comitato scientifico della Istituto Sturzo, dove tiene anche corsi di formazione. Bibl. La nazione (1944), Il diritto internazionale nella dottrina cattolica (1944), Monismo sociale e persona umana (1945), Gli aiuti ai popoli in via di sviluppo (1963) [57] A. Messineo, Soggettivismo e libertà religiosa in “La Civiltà Cattolica” del 1 luglio 1950 [58] A. Messineo, Stato laico e laicizzante in “La Civiltà Cattolica” del 19 gennaio 1952, Laicismo politico e dottrina cattolica in “La Civiltà Cattolica” del 5 aprile 1952, Cfr. anche recensione di “ L’uomo e lo Stato “ in “La Civiltà Cattolica” del 13 marzo 1954 pp. 663-669. Agostino Gemelli fa rispondere da Guido Aceti, su “Vita e Pensiero” aprile 1954 [59] A. Ottaviani, Doveri dello Stato cattolico verso la religione, Libreria del Pontificio Ateneo, Lateranense 1953, pp. 23. In America il gesuita John Murrey, che Maritain stima molto, critica le posizioni del card. Ottaviani nell’articolo Leo XIII: Separation of Church and State nella rivista “Theological Studies”, giugno 1953 [60] Documento pubblicato negli annessi in
CCJ. IV, 809-881 [61] Cfr. J.M.Durand, La grande attaque de 1956 CJM 30,. 2-31 [62] A. Messineo, L’umanesimo integrale in “La Civiltà Cattolica” del 1 settembre 1956 pp. 449-463 [63] Ad esempio ll “Movimento Internazionale degli Intellettuali Cattolici”, di cui è segretario Ramon Sugranyes, si sente direttamente coinvolto e stila un comunicato nel quale si legge “I dirigenti del M.I.I.C. protestano contro questo modo odioso di sfigurare un pensiero che ha ottenuto l’approvazione unanime dell’Assemblea costituente del Movimento”. Documento pubblicato negli annessi in CCJ. IV, 882-884. Sulla rivista dei Gesuiti francesi “Études” padre Michel Riquet scrive un lungo testo sui Maritain ricordando il cinquantenario del loro battesimo (dicembre 1956, pp. 354-367). Jame Castillo Velasco a Santiago del Cile sulla rivista “Politica y Espiritu” scrive El humanismo integral y la critica del r.p. Messineo (n.171 pp. 9-17 e n. 172 pp. 8-915) Nel 1956 a Parigi il “Centre catholique des intellectuels catholiques” organizza una giornata di studio e pubblica gli atti nella rivista “Recherches et débats” n.l9. Questo fascicolo viene subito tradotto in Italia: AA.VV. Jacques Maritain, Edizioni Cinque Lune, Roma 1958, pp. .320 [64] Maritain in una lettera ringrazia l’amico “L’articolo che voi avete scritto per difendermi è ammirevole e mi tocca profondamente. Vedendo la luce che zampilla da queste pagine si comprende come il povero Messineo polverizzato è stato uno strumento involontario della Provvidenza” (28 ottobre 1956) [65] Boyer Charles (1884-1980) Gesuita francese, insegnante di filosofia alla Gregoriana, segretario della “Pontificia Accademia di san Tommaso” dirige la rivista “Doctor Communis”. Bibl. Cristianesimo e neoplatonismo nella formazione di sant’ Agostino (1920), L’idea di verità nella filosofia di sant’ Agostino (1920), Il concetto di storia nell’idealismo e nel tomismo (1935), Sant’ Agostino filosofo (1963), [66] Gutierrez Gustavo (1928 vivente) Domenicano, dopo avere studiato medicina e letteratura in Perù, viene in Europa dove studia filosofia, torna in America dove promuove il movimento delle comunità di base. Bibl. Teologia de la liberazione: Perspectivas, Editorial Universitaria, Lima 1971 [67] Lima Amoroso Alceu (1895-1983) Professore
di filsofia, giurista, critico letterario, si converte al cattolicesimo
nel 1928, dirige la rivista “A Ordem”
dal 1928 al 1968. Presidente dell’Aziona Cattolica brasiliana nel 1935. Traduce
in portoghese diversi libri di Maritain. Pubblica nella collana “Questions
Disputées” diretta da Maritain e Journet
Frammenti di sociologia cristiana
(1934). Bibl. Témoignage in CJM. 43, 64-70 [68] Cfr. Olivier Compagnon, J. Maritain et l’Amérique du Sud. Le modèle
malgré lui, Presse Universitaires
du Septentrion, Villenueve d’Ascq 2003. [69] Frei Eduardo (1911-1982) Uomo politico cileno, Presidente della Repubblica. Bibl. Pensamiento y acción, Pacifico, Santiago 1958 (Un intero capitolo è dedicato a Maritain) ; Memorias 1911-1934 y correspondencias con Gariela Mistral y J. Maritain, Planeta, Espejo de Chile 1989 Cfr. Pierre Letamendia, Eduardo Frei e Maritain in AA.VV. J. Maritain et ses contemporaines, Desclée, Parisd 1991, pp. 363-380 [70] E. Frei, Memorias 1911-1934 ed.cit. p. 53 [71]J. Maritain, Carissimo Giovanni Lettere a don G.Stecco, La Locusta, Vicenza 1982 [72] R. e J. Maritain De La vie d’oraison pubblicato come opuscolo a Saint-Maurice
d’Agaune (Svizzera) 1922 (XIV 15+81 [73] J. Maritain, Religion et culture, Desclée de Brouwer, Paris 1930 pp 115 (IV 193+255) [74] J. Maritain, La seul révolution sociale vraiment radicale: Une société sans argent
(XVI 113-1152) [75] Cfr. Jacques Maritain dans le journal de Paule Manuel in CHJM. 44, pp.2-43 gli appunti pubblicati coprono il perodo 4 gennaio 1964 - 28 novembre 1967 [76] Ivi p. 17 [77] R. Maritain, Poèmes et essais, Desclée de Brouwer, Paris 1968 [78] J. Maritain, Della grazia e della umanità di Gesù, Morcelliansa, Brescia 1971; La Chiesa del Cristo. La persona della Chiesa e il suo personale, Morcelliana, Brescia 1971 [79] J. Maritain, Il contadino della Garonna, Morcelliana, Brescia 1966 [80] Archivi Maritain, Kolbsheim [81] Insegnamenti di Paolo VI, Tipografia Polglotta Vaticana vol. XI, pp. 381-382 |
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| BIBLIOGRAFÍA (SI LA HAY) | |||
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